L’ancora di Nettuno


L’ancora di Nettuno

Siamo in Turchia, il paesaggio è tipicamente mediterraneo con vegetazione fitta che sfiora un mare blu cobalto, una miriade di calette e qualche isola sperduta, alcune di queste con imponenti rovine di templi. Sembra il mare degli dei.

Durante le soste della navigazione mi diverto a fare un po’ di snorkeling ma l’acqua è caldissima e di pesci nemmeno l’ombra così in mancanza di fauna da osservare decido di fare un pò di apnea pura. Recupero un paio di pinne ed una maschera, il solcometro del comandante diventa il mio “cavo improvvisato” ed eccomi ad andare su e giù nello spazio liquido. Il fondo è tra i 16 ed i 18 mt., nulla di eclatante ma io sono molto soddisfatto perché riesco a raggiungerlo in scioltezza aggiungendo anche delle apnee statiche sul fondo di circa 15 secondi. Il comandante mi osserva ed osserva anche gli altri ospiti della barca impegnati in tornei di tuffi a bomba, nuotate e sedute di tintarella tra venditori di kebab che con i loro barchini si aggirano proponendo appetitose focaccine appena cotte. All’ora di pranzo siamo tutti richiamati a bordo e poi ripartiamo per la destinazione in cui passeremo la notte, una baia riparata nei pressi di Kash.

Quando vi giungiamo, appena dopo il tramonto, i colori sono molto diversi. Tutto sembra avvolto da una coltre grigiastra che smorza i toni, come se il sole avesse dato il segnale a tutti gli elementi della natura e questi si fossero ritirati all’unisono per il meritato riposo notturno ed anche noi ci prepariamo ad ormeggiare, alla fonda.

Il comandante, con il figlio 13enne perfettamente in grado di eseguire tutte le manovre di bordo, prepara la barca per la notte. Sara ed io siamo in cabina a prepararci per la cena e prua al vento ascoltiamo il familiare clangore della catena dell’ancora che viene risucchiata dall’acqua quasi a cercare un contatto rassicurante con il fondo del mare, come un bambino che all’imbrunire tende la mano alla mamma in cerca di protezione. Ad un tratto il clangore finisce e si odono delle voci concitate, sembrano insulti reciprochi, ma ovviamente in turco quindi non ci capisco niente. Raggiunta la coperta il comandante ci dice nel suo broken english che qualcuno si è dimenticato di fissare l’altro capo della catena, quindi sia catena che ancora giacciono ora placide sul fondo del mare. Alla faccia del contatto rassicurante! uno scippo in piena regola! ad opera di Nettuno! Caliamo rapidamente un’ancora di riserva ma dallo sguardo capisco che il comandante vuole assolutamente recuperare quella appena persa, mi guarda e mi chiede di dare una mano a cercarla. Non mi faccio pregare e anche se l’impresa è senza speranza: è quasi buio ed abbiamo scarrocciato un bel pò dal punto nel quale l’abbiamo persa, mi cambio di nuovo e sono subito in acqua.

Provoa fare un primo di tuffo armato di mini torcia subacquea che però dopo qualche metro si allaga spegnendosi. Allora il figlio del comandante corre a prenderne un’altra molto più potente, l’accende e me la lancia…noooooo! sono troppo lontano e la manco, mi passa ad un metro ed inizia ad inabissarsi. Non provo neanche ad inseguirla, sarebbe inutile, ma la fisso mentre si inabissa, so che il fondo è alla mia portata. Nel frattempo mi ventilo e quando non la vedo più faccio la capovolta lanciandomi all’inseguimento. Sono sciolto e pinneggio bene anche se ho un pò di freddo ed è tutto grigio, non è bellissimo a dire il vero. I pensieri si accavallano quando ad un tratto vedo una luce, è quella dell’aldilà?, sono schiattato?, ma no è quella della torcia! l’agguanto ed inverto la rotta. Non faccio neanche in tempo a sentire le prime contrazioni che sono già in superficie accarezzato dalla fresca brezza notturna. La torcia emerge per prima, poi le braccia tese con le mani unite ed infine la testa. In superficie mi sento un po’ osservato ed infatti i nostri compagni di viaggio, tutti affacciati a prua della nostra bellissima goletta turca, esplodono in cori da stadio alla vista della torcia. Shane, un australiano simpaticissimo, dal fisico di un torello, orgoglioso della birra prodotta nel suo stato ed in giro per il mondo con la moglie Sarah prima di comprare una casa in riva ad una spiaggia sulla east coast australiana e vivere una vita di lavoro e famiglia, mi grida great! you are “fish-man” e tutti a fargli da eco inneggiando al ritrovamento della torcia. Poi disorientato da tanto entusiasmo rimango qualche istante con le braccia tese a sostenere la torcia e con questi che gridano come ossessi mi sento un pò come Cannavaro che solleva la coppa ai mondiali. Poi capisco che sono solo uno a mollo in mutande in mezzo al mare con una torcia in mano che stà cercando un’ancora che non è neanche sua ed è pure contento! Ma noi di Mare siamo così, del resto se siete su questo blog lo sapete anche voi.

….ad ogni modo tornando al racconto…. al mio rientro a bordo sono accolto come il protagonista di una impresa epica: pacche sulla spalla e mani tese ad aspettare il “cinque” si sprecano, poi arriva il comandante, mi guarda e dice: “thank you my friend” e se ne torna sornione a cucinare il pesce sulla brace.

Dopo un po’ iniziamo a cenare ma nel bel mezzo della serata il comandante la interrompe e mi regala una birra in segno di riconoscenza per il recupero della torcia. Si riparte con cori, tintinnii di posate sui bicchieri e chi ne ha più ne metta…a quel punto, complice anche l’alcol, sfido gli australiani ad un tuffo a bomba dalla battagliola, “non avete coraggio!” gli apostrofo (che detto ad un australiano è come dire a Tyson che non sa tirare di box!), mi alzo, cammino cercando l’equilibrio tra i corpi dei commensali e sparisco oltre la battagliola vestito. In un attimo mi ritrovo a mollo con Shane e Rhys ad urlare e schizzarci come bambini tra le risate nostre e degli altri compagni di viaggio che si sporgono brandeggiando birra ed altri miscugli alcoolici (le mogli degli australiani Sarah e Natalie e la mia, Sara, una nonna tedesca con il nipotino di cui non ricordo i nomi, due diplomatiche francesi dell’ambasciata spagnola Claire e Domitille ed un ragazzo indiano, Sufi, abbigliato come un santone asceta che ha ceduto però alle tentazioni terrene dell’avvenente Meredith, canadese, studentessa universitaria di psicologia alle prese con la ricerca di una sua posizione sul pianeta Terra).

Una combriccola simpatica ed eterogenea, una serata inaspettatamente diversa, una birra in premio ed io sono in mezzo al mare di notte: me la sciallo alla grandissima! In questi momenti vorrei attaccarmi in fronte un cartello con scritto “sciallasi!” ma non posso, come vado in giro poi?

Ad ogni modo al mattino seguente svaniti i fumi dell’alcol le ricerche dell’ancora continuano.

Vengo svegliato all’alba dal rumore del fuoribordo di chi ha iniziato prima di me. Salgo in coperta, recupero pinne e maschera, e respiro a pieni polmoni. Risciallasi! Dormono tutti tranne l’equipaggio ed il sole, che ansioso di dare inizio al nuovo giorno, fa le cose di fretta e gli rimangono ancora attaccati addosso pezzi di notte, le ombre.

Un membro dell’equipaggio tenendo una mano sulla barra del motore ed utilizzando l’altra per appoggiarsi al tubolare scruta il fondo, ora visibile, nel tentativo di individuare l’ancora e venirmi a chiamare affinchè la possa raggiungere. Nel frattempo io entro in acqua ed inizio a fare dei tuffi mirati sui punti che mi indica il comandante. E’ bellissimo, i raggi del sole si fanno strada nell’acqua turchese come i denti di un enorme pettine di fuoco che accarezza le posidonie mosse da una lievissima corrente. E’ Nettuno che dolcemente sveglia le proprie creature, ma dell’ancora nessuna traccia. Poco dopo il comandante decide di cambiare tecnica. Andando avanti ed indietro con la barca inizia a dragare il fondo utilizzando l’ancora di riserva come “rastrello” sperando di “uncinare” la catena ancòra tra le braccia di Nettuno. Inizialmente della catena neanche l’ombra poi quel burlone di Nettuno divertitosi forse troppo ad osservare i nostri goffi tentativi di ricerca e recupero decide che ne ha abbastanza ed all’ennesimo tentativo l’ancora-rastrello ci restituisce finalmente la catena.

Mi bastano un paio di tuffi per agganciare una cima con un moschettone all’ultimo anello (siamo sempre sui 18 metri), uno strattone come concordato, mi allontano per sicurezza ed inizio a guadagnare la superficie osservando l’ancora che con una traiettoria dapprima obliqua rispetto alla mia poi perpendicolare rispetto al fondo, sollevando una nuvoletta di fango come quella dei fumetti di quando uno si arrabbia, ritorna a bordo salpata dall’argano elettrico.

Eh si, Nettuno ci aveva giocato proprio un bello scherzetto, del resto lo sanno tutti che è un gran burlone. Forse la nuvoletta era proprio sua, infastidito per aver noi posto fine al suo divertimento….d’altronde c’era da aspettarselo, siamo noi gli intrusi e lui è il Re del Mare.

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