Lo spirito di Bergeggi


Alla partenza un signore anziano alto, quasi quanto me, e magro, ha attirato la mia attenzione.

Aveva scarpe da barca lise ed  un paio di bermuda azzurri . Un k-way ed un cappellino da pescatore a proteggergli la testa dalla sottile pioggerellina che cadeva.

Mi sono detto “cosa ci fa quest’uomo in mezzo a quello che di li a poco si trasformerà in una tonnara.. rischia la vita!”

Ma lui, calmo, era leggermente ricurvo, non solo per l’età: come se reggesse qualcosa. Osservando meglio ho visto che teneva un accappatoio sulle spalle di qualcuno. Probabilmente la moglie, anche lei quasi ottantenne, con cuffietta di Swim The Island numerata e chip alla caviglia.

Alla partenza la vecchietta si è scrollata di dosso l’accappatoio, lasciandolo nelle mani del signore, e si è gettata in acqua con tutto l’impeto che l’età le concedeva.

Nella confusione post-gara non ho più rivisto nessuno dei due.

(…Sì, ma pensiamo stiano bene – Nota di Rockzen – se no i lettori si preoccupano…) 

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Buona pesca


Finalmente ci siamo! Dopo tante domeniche di pianificazione terminate in un nulla di fatto, dopo tante volte in cui l‘umore andava a mille e poi a zero perché rimandavamo,  dopo tante volte in cui mi sono immaginato come potesse essere tutto, nei minimi dettagli, fomentato dalla lettura dei fascicoli settimanali della Enciclopedia del Mare di Jacques-Yves Cousteau che compravo con la mia paghetta domenicale di 350 Lire, finalmente, mio padre mette la sveglia alle 6. Si va a pesca con zio Gennaro.

Zio Gennaro non fa il pescatore, ma abita a Pozzuoli ed ha una barchetta in vetroresina di colore rosso con un Volvo Penta da 6 cv, ai miei occhi una flotta baleniera ed io il capitano Akab.

Inutile dire che ho passato la notte in bianco, con il mal di stomaco dall’eccitazione.

Quando ci svegliamo è ancora quasi notte ma non troppo. Quel grigiore scuro che tende lentamente a schiarirsi al pari dei pensieri che dapprima confusi tendono poi a prendere lucidità a mano a mano che il sole sorge.

Dopo un’abbondante colazione fatta sul gelido piano in marmo della nostra cucina ci mettiamo in viaggio. La tangenziale è deserta e l’enorme sole che stà per nascere ci guida in poco tempo verso Pozzuoli dove carichiamo Zio Gennaro e Procolo.

Arrivati al porto, si fa per dire, scarichiamo l’attrezzatura: il serbatoio rosso con tubo e “pompetta” neri, una tanica di carburante supplementare, un paio di borse con panini ed asciugamani. Siamo a Baia, al Cimitero delle navi, un piccolo bacino nel quale vengono arenate le navi in disarmo prima di essere smantellate e rivendute a pezzi.  Il risultato è un budello emerso (e sommerso) di prue maestose, murate e timoni mezzi fuori e mezzi dentro l’acqua. Alcune barche sono ormeggiate in mezzo agli scafi, altre, tra queste quella di Zio Gennaro, sono oltre le navi. E’ mattino presto e l’aria è fresca, non si vede nessuno tranne un vecchietto in lontananza che con una remata lenta ma efficiente punta verso di noi. Io nel frattempo sgattaiolo in giro a curiosare e mi imbatto in una gabbia con un uccello enorme, ha un becco ricurvo e lunghi artigli “E’ nu’ falc’ pellegrin, l’amm’ truvat ca scella sp’zzat.” mi apostrofa una signora, poi “Alfonso ! Alfonso!” mi chiamano, si và. Saliamo a bordo del natante del nostro Caronte e dopo qualche minuto trasbordiamo sulla barca di Zio Gennaro. Ci sistemiamo, colleghiamo il serbatoio e partiamo, destinazione Allevamento di cozze di Baia.

Appena doppiato il promontorio di XXX caratterizzato da una bellissima grotta passante nel tufo che protende verso il mare a proteggere la baia, (sono rocce antichissime al cui interno vivono ancora testimonianze di civiltà millenarie come le gallerie di fuga scavate in epoca romana), ci appare una distesa di bidoni rossi e blu dai quali protendono verso il fondo lunghi filari di cozze, bocconi succulenti per l’intera fauna marina ed umana del luogo.

Ormeggiamo ad uno di essi, gettare l’ancora sarebbe impossibile per una barchetta come la nostra, il fondo nel Golfo di Napoli arriva a 700 metri e dove siamo supera tranquillamente i 60. Caliamo i bolentini ed aspettiamo. Il mare è calmo ed il sole piacevolmente caldo.

La pesca nell’allevamento di cozze non è mai un granchè, bavose occhiute e pinterrè sono le prede più comuni, pescetti da zuppa poco pregiati nulla al cospetto di sua maestà il pagello o sua altezza l’orata. Mio padre è il primo a sentire la toccata, dà uno strattone ed inizia a recuperare, il pesce sembra grande per quanto tira ma in realtà non lo è. Le bavose occhiute (Blennius ocellaris Linneaus) infatti, dopo aver abboccato, cercano di aumentare la resistenza all’acqua allargando le pinne ventrali che nel loro caso sono molto avanzate e grandi rispetto alla coda, questo consente loro di opporre una resistenza sproporzionata rispetto alla mole che hanno e sembrare quindi più grandi. Salpata a bordo Zio Gennaro l’agguanta con un’asciugamani, la slama e la mette nel secchio. Si continua, anche lui ne prende una ed andiamo avanti così per un bel pò fino a riempire metà secchiello. A ridosso di mezzogiorni però decidiamo di cambiare posto e tecnica di pesca, ma prima di andare voglio fare un tuffo.

“Guarda che qua è profondo” mi dice mio padre. Io mi sporgo oltre il bordo agguantandolo con le mani e sporgendovi oltre la testa quasi a sfiorare l’acqua a causa del rollio provocato dallo spostamento del mio corpo. In effetti la superficie è di un blu scuro impenetrabile ed anche il filone di cozze che si dipana dal bidone al quale siamo ormeggiati scompare dopo appena qualche decina di centimetri. Riporto il busto all’interno della barca, provocando un rollio di pari intensità in direzione opposta ma mi voglio buttare lo stesso. Prendo le mie pinne nere, della Rondine, totalmente in caucciù credo, le bagno e le indosso con difficoltà. Goffamente mi sposto a sinistra scavalcando il bordo e mi butto. Mi iperventilo, la vecchia scuola di Enzo Maiorca, e faccio la capovolta. Ovviamente senza maschera non vedo niente, tastando a caso trovo il filone di cozze lo agguanto e cerco di utilizzarlo per guadagnare qualche metro. Il tentativo è misero, la mia resistenza a trattenere il fiato quasi inesistente e  le mani sono tute tagliuzzate dai bivalvi. Riemergo dopo una manciata di secondi e risalendo a bordo con qualche difficoltà mi tolgo le pinne mentre il Volvo Penta ci spinge faticosamente verso Trentaremi mentre mio padre prepara la valanzola. Questo tipico strumento di pesca che ero andato a comprare con lui in un negozio di sub al porto di Pozzuoli per seimila lire, consiste in un grosso retino dal diametro di circa un metro. Lo si riempie di ricci e granchi schiacciati, si aggiungono delle pietre per tenerla giù e la si butta a mare. Una volta sul fondo il profumo dei ricci attira i pesci, allora con uno strattone si cerca di intrappolarli e poi si salpa la valanzola il più presto possibile.

Non mi ricordo come ci siamo procurati i ricci ma quando abbiamo salpato il nostro attrezzo ricordo che era quasi vuoto, solo una piccola bavosa che abbiamo rigettato in mare ed un pinterrè che invece abbiamo tenuto. Andiamo avanti così per un bel pò, tra recuperi di valanzola quasi vuota, qualche panino da sgranocchiare e qualche bagno in un’acqua che ai tempi era limpida.

Nel pomeriggio decidiamo che è ora di mettere la prua verso casa. Zio Gennaro afferra la cima dell’ancora ed inizia a salpare, ma l’ancora non si muove. Molla tutta la cima, lascia scarrocciare la barca e riprova, ma niente. Allora mio padre ai remi cerca di variare l’orientamento dalla barca rispetto al punto presunto in cui si trovava l’ancora, ma ancora nulla, sembra saldata al fondo. Dopo circa 30 minuti di tentativi ci decidiamo a tagliare, ma proprio mentre la cima inizia a perdere i propri contorni di nitidezza iniziando ad inabissarsi, mio padre immerge tutto il braccio in acqua, l’afferra e tira! Recupera molto di più della lunghezza del proprio arto e poi ancora di più, l’ancora si era liberata e riusciamo a salparla. “Ci abbiamo rimesso una cima” dice Zio Gennaro, “Si ma meglio la cima che l’ancora!” replica mio padre e scoppiamo tutti a ridere. Zio Gennaro si sposta a poppa posizionandosi davanti al VolvoPenta, agguanta la cima dì avviamento e tira all’indietro. Il risultato è che la mezza cima compresa di maniglia gli rimane in mano, l’altra metà si riavvolge nel motore, come una vipera che colta allo scoperto si affretta a rintanarsi nel primo buco che trova. Incredibile, due sfighe di seguito così non si erano mai viste, ora siamo senza motore. Anche smontando la calotta del Volvo Penta ed avvolgendo la cima residua sul volano non si riesce ad avere abbastanza grip per farlo accendere e dopo qualche tentativo rinunciamo. A quel punto non restano che i remi. Procolo il figlio di Zio Gennaro ed io, siamo fuori gioco, io avevo circa 12 anni e Procolo un paio in meno, zio Gennaro è tachicardico, non resta che mio padre, che essendo cresciuto a Posillipo dove ha trascorso da bambino lunghe estati al mare aveva i remi nel dna. Si posiziona sulla panca, li agguanta ed inizia a vogare spalle a prua voltandosi di tanto in tanto per verificare la presenza di eventuali ostacoli che gli segnalavamo e per controllare la traiettoria. Fa caldo.

Dopo un bel po’, non mi ricordo quanto, scorgo le sagome arrugginite delle navi in disarmo messaggere dell’imminente conclusione della nostra bellissima giornata che avevo atteso per così tanto tempo e mi rattristo un pò. Non vorrei più scendere dalla barca e propongo di salire a bordo di una nave arrugginita per esplorarla al crepuscolo con una torcia, ma niente da fare, si torna a casa. Scarichiamo l’attrezzatura sulla barca del vecchietto ed in poco tempo siamo in macchina, accompagniamo Zio Gennaro e Procolo a casa e noi ci avviamo verso la nostra dove ci aspetta mia madre.

Io ancora eccitato per l’avventura appena vissuta ed orgoglioso del misero pescato come se fosse una ricciola da 50 Kg., corro verso mia madre che è già in ginocchio a braccia aperte. L’abbraccio di un genitore è il porto più sicuro al mondo, mamma, mamma! e le racconto tutta la giornata ….e poi mamma sono successe un sacco di sfortune, e Laura ci aveva anche augurato buona pesca!”

Poi da grande ho capito che l’infausto augurio è spesso foriero di un po’ di sana sfiga a prescindere dalle intenzioni di chi lo profferisce!


L’ancora di Nettuno


L’ancora di Nettuno

Siamo in Turchia, il paesaggio è tipicamente mediterraneo con vegetazione fitta che sfiora un mare blu cobalto, una miriade di calette e qualche isola sperduta, alcune di queste con imponenti rovine di templi. Sembra il mare degli dei.

Durante le soste della navigazione mi diverto a fare un po’ di snorkeling ma l’acqua è caldissima e di pesci nemmeno l’ombra così in mancanza di fauna da osservare decido di fare un pò di apnea pura. Recupero un paio di pinne ed una maschera, il solcometro del comandante diventa il mio “cavo improvvisato” ed eccomi ad andare su e giù nello spazio liquido. Il fondo è tra i 16 ed i 18 mt., nulla di eclatante ma io sono molto soddisfatto perché riesco a raggiungerlo in scioltezza aggiungendo anche delle apnee statiche sul fondo di circa 15 secondi. Il comandante mi osserva ed osserva anche gli altri ospiti della barca impegnati in tornei di tuffi a bomba, nuotate e sedute di tintarella tra venditori di kebab che con i loro barchini si aggirano proponendo appetitose focaccine appena cotte. All’ora di pranzo siamo tutti richiamati a bordo e poi ripartiamo per la destinazione in cui passeremo la notte, una baia riparata nei pressi di Kash.

Quando vi giungiamo, appena dopo il tramonto, i colori sono molto diversi. Tutto sembra avvolto da una coltre grigiastra che smorza i toni, come se il sole avesse dato il segnale a tutti gli elementi della natura e questi si fossero ritirati all’unisono per il meritato riposo notturno ed anche noi ci prepariamo ad ormeggiare, alla fonda.

Il comandante, con il figlio 13enne perfettamente in grado di eseguire tutte le manovre di bordo, prepara la barca per la notte. Sara ed io siamo in cabina a prepararci per la cena e prua al vento ascoltiamo il familiare clangore della catena dell’ancora che viene risucchiata dall’acqua quasi a cercare un contatto rassicurante con il fondo del mare, come un bambino che all’imbrunire tende la mano alla mamma in cerca di protezione. Ad un tratto il clangore finisce e si odono delle voci concitate, sembrano insulti reciprochi, ma ovviamente in turco quindi non ci capisco niente. Raggiunta la coperta il comandante ci dice nel suo broken english che qualcuno si è dimenticato di fissare l’altro capo della catena, quindi sia catena che ancora giacciono ora placide sul fondo del mare. Alla faccia del contatto rassicurante! uno scippo in piena regola! ad opera di Nettuno! Caliamo rapidamente un’ancora di riserva ma dallo sguardo capisco che il comandante vuole assolutamente recuperare quella appena persa, mi guarda e mi chiede di dare una mano a cercarla. Non mi faccio pregare e anche se l’impresa è senza speranza: è quasi buio ed abbiamo scarrocciato un bel pò dal punto nel quale l’abbiamo persa, mi cambio di nuovo e sono subito in acqua.

Provoa fare un primo di tuffo armato di mini torcia subacquea che però dopo qualche metro si allaga spegnendosi. Allora il figlio del comandante corre a prenderne un’altra molto più potente, l’accende e me la lancia…noooooo! sono troppo lontano e la manco, mi passa ad un metro ed inizia ad inabissarsi. Non provo neanche ad inseguirla, sarebbe inutile, ma la fisso mentre si inabissa, so che il fondo è alla mia portata. Nel frattempo mi ventilo e quando non la vedo più faccio la capovolta lanciandomi all’inseguimento. Sono sciolto e pinneggio bene anche se ho un pò di freddo ed è tutto grigio, non è bellissimo a dire il vero. I pensieri si accavallano quando ad un tratto vedo una luce, è quella dell’aldilà?, sono schiattato?, ma no è quella della torcia! l’agguanto ed inverto la rotta. Non faccio neanche in tempo a sentire le prime contrazioni che sono già in superficie accarezzato dalla fresca brezza notturna. La torcia emerge per prima, poi le braccia tese con le mani unite ed infine la testa. In superficie mi sento un po’ osservato ed infatti i nostri compagni di viaggio, tutti affacciati a prua della nostra bellissima goletta turca, esplodono in cori da stadio alla vista della torcia. Shane, un australiano simpaticissimo, dal fisico di un torello, orgoglioso della birra prodotta nel suo stato ed in giro per il mondo con la moglie Sarah prima di comprare una casa in riva ad una spiaggia sulla east coast australiana e vivere una vita di lavoro e famiglia, mi grida great! you are “fish-man” e tutti a fargli da eco inneggiando al ritrovamento della torcia. Poi disorientato da tanto entusiasmo rimango qualche istante con le braccia tese a sostenere la torcia e con questi che gridano come ossessi mi sento un pò come Cannavaro che solleva la coppa ai mondiali. Poi capisco che sono solo uno a mollo in mutande in mezzo al mare con una torcia in mano che stà cercando un’ancora che non è neanche sua ed è pure contento! Ma noi di Mare siamo così, del resto se siete su questo blog lo sapete anche voi.

….ad ogni modo tornando al racconto…. al mio rientro a bordo sono accolto come il protagonista di una impresa epica: pacche sulla spalla e mani tese ad aspettare il “cinque” si sprecano, poi arriva il comandante, mi guarda e dice: “thank you my friend” e se ne torna sornione a cucinare il pesce sulla brace.

Dopo un po’ iniziamo a cenare ma nel bel mezzo della serata il comandante la interrompe e mi regala una birra in segno di riconoscenza per il recupero della torcia. Si riparte con cori, tintinnii di posate sui bicchieri e chi ne ha più ne metta…a quel punto, complice anche l’alcol, sfido gli australiani ad un tuffo a bomba dalla battagliola, “non avete coraggio!” gli apostrofo (che detto ad un australiano è come dire a Tyson che non sa tirare di box!), mi alzo, cammino cercando l’equilibrio tra i corpi dei commensali e sparisco oltre la battagliola vestito. In un attimo mi ritrovo a mollo con Shane e Rhys ad urlare e schizzarci come bambini tra le risate nostre e degli altri compagni di viaggio che si sporgono brandeggiando birra ed altri miscugli alcoolici (le mogli degli australiani Sarah e Natalie e la mia, Sara, una nonna tedesca con il nipotino di cui non ricordo i nomi, due diplomatiche francesi dell’ambasciata spagnola Claire e Domitille ed un ragazzo indiano, Sufi, abbigliato come un santone asceta che ha ceduto però alle tentazioni terrene dell’avvenente Meredith, canadese, studentessa universitaria di psicologia alle prese con la ricerca di una sua posizione sul pianeta Terra).

Una combriccola simpatica ed eterogenea, una serata inaspettatamente diversa, una birra in premio ed io sono in mezzo al mare di notte: me la sciallo alla grandissima! In questi momenti vorrei attaccarmi in fronte un cartello con scritto “sciallasi!” ma non posso, come vado in giro poi?

Ad ogni modo al mattino seguente svaniti i fumi dell’alcol le ricerche dell’ancora continuano.

Vengo svegliato all’alba dal rumore del fuoribordo di chi ha iniziato prima di me. Salgo in coperta, recupero pinne e maschera, e respiro a pieni polmoni. Risciallasi! Dormono tutti tranne l’equipaggio ed il sole, che ansioso di dare inizio al nuovo giorno, fa le cose di fretta e gli rimangono ancora attaccati addosso pezzi di notte, le ombre.

Un membro dell’equipaggio tenendo una mano sulla barra del motore ed utilizzando l’altra per appoggiarsi al tubolare scruta il fondo, ora visibile, nel tentativo di individuare l’ancora e venirmi a chiamare affinchè la possa raggiungere. Nel frattempo io entro in acqua ed inizio a fare dei tuffi mirati sui punti che mi indica il comandante. E’ bellissimo, i raggi del sole si fanno strada nell’acqua turchese come i denti di un enorme pettine di fuoco che accarezza le posidonie mosse da una lievissima corrente. E’ Nettuno che dolcemente sveglia le proprie creature, ma dell’ancora nessuna traccia. Poco dopo il comandante decide di cambiare tecnica. Andando avanti ed indietro con la barca inizia a dragare il fondo utilizzando l’ancora di riserva come “rastrello” sperando di “uncinare” la catena ancòra tra le braccia di Nettuno. Inizialmente della catena neanche l’ombra poi quel burlone di Nettuno divertitosi forse troppo ad osservare i nostri goffi tentativi di ricerca e recupero decide che ne ha abbastanza ed all’ennesimo tentativo l’ancora-rastrello ci restituisce finalmente la catena.

Mi bastano un paio di tuffi per agganciare una cima con un moschettone all’ultimo anello (siamo sempre sui 18 metri), uno strattone come concordato, mi allontano per sicurezza ed inizio a guadagnare la superficie osservando l’ancora che con una traiettoria dapprima obliqua rispetto alla mia poi perpendicolare rispetto al fondo, sollevando una nuvoletta di fango come quella dei fumetti di quando uno si arrabbia, ritorna a bordo salpata dall’argano elettrico.

Eh si, Nettuno ci aveva giocato proprio un bello scherzetto, del resto lo sanno tutti che è un gran burlone. Forse la nuvoletta era proprio sua, infastidito per aver noi posto fine al suo divertimento….d’altronde c’era da aspettarselo, siamo noi gli intrusi e lui è il Re del Mare.


La balena e l’infradito


Eravamo andati fin laggiù per vedere le balene, ma non abbiamo visto nulla. Non lo sapevamo ovviamente, altrimenti non ci saremmo andati. Erano passate da poco, nel mare grigio con la nebbia, dirette nell’Artico per la stagione dei banchetti e delle abbuffate, dopo aver bighellonato e fatto orge nelle calde acque delle Hawaii. Eh le balene se la godono.

Sul gommone da 10 posti bardati come astronauti abbiamo pattugliato le acque del sound invano: qualche gabbiamo ed una sola coda. Doveva essere una balena vecchia o malata, in netto ritardo sulle sue compagne. Probabilmente non si sarebbe più spostata dal Sound facendone la propria casa e probabilmente la propria tomba. Il mare è una grande tomba ed una grande nursery allo stesso tempo, non si butta via niente, tutto si ricicla.

Che strana balena però, poteva scegliersi un altro posto dove morire, magari le Hawaii dove fa più caldo e soprattutto dove poteva chiudere in bellezza incappando in un maschio particolarmente focoso e miope con il quale condividere gli ultimi piaceri della vita senza alcuna inibizione, morendo così felice ed al caldo, invece che da sola e al freddo.

Ma si sa, a volte le balene fanno come le persone, continuano a fare le stesse cose per una vita, così per indolenza, senza chiedersi se nel frattempo c’è qualcosa di meglio in giro. Come le balene, su e giù per la costa occidentale americana per una vita, senza un minimo di curiosità per tutti gli altri posti del mondo, molto meno freddi tra l’altro.

Qua infatti fa discretamente freddo, non so come faccia lo skipper a stare con l’infradito, è troppo curioso: muta da sopravvivenza in acque gelide, berretto di lana ed infradito.

E vogliamo parlare dell’infradito? dello skipper intendo. Teoricamente è al posto giusto: ai piedi di un tizio, su di un gommone, in mezzo al mare. Ma a scavare sotto le apparenze in pratica qua ci sono quasi  5 gradi in acqua e la persona che lo indossa ha una muta da sopravvivenza in mare quindi l’infradito guardando alla sostanza non è proprio nel posto giusto. C’è quasi sempre una bella differenza tra la teoria e la pratica. Peccato che la vita sia fatta di pratica, o meglio, fortuna che lo è! A volte penso che la pratica sia stata chiamata così per distinguerla dalla teoria che a volte, diciamocelo francamente è fine a se stessa e del tutto inutile, proprio come un’infradito al piede di uno skipper con 5°.


Lo squalo bianco 2: l’attesa


Terminati i 3 tentativi di adescamento degli squali con foca di moquette (di più non se ne fanno per evitare di influire in maniera permanente sul loro comportamento) passiamo all’immersione in gabbia. Nulla di ciò che si vede nei documentari come gabbie in alluminio che si adagiano sul fondo,  semplicemente un cilindro artigianale con anima in acciaio ricoperta da rete metallica: sulla parte superiore sono fissati dei parabordi, un portello per consentire l’ingresso ed una cima di ormeggio per grosse navi a tenerla vincolata alla barca. A metà altezza della gabbia, un‘apertura per consentire le foto.

Mark, ex broker della city londinese che ha deciso di cambiare vita, inizia a pasturare o meglio infila in acqua un sacco di juta pieno di alici che iniziano così a rilasciare il loro profumino e poi lancia in acqua una testa di tonno vincolata alla barca da una cimetta. Bob nel frattempo tira fuori da un gavone un enorme bastone di 15 cm di diametro con il quale inizia a percuotere il fondo della barca (che spero resista…!!). Pare che queste siano condizioni irresistibili per uno squalo ed effettivamente non rimaniamo soli a lungo.

Il primo ad arrivare è un piccolo bianco che si avventa ingenuamente sulla testa di tonno, ruota su se stesso mostrando metà testa fuori dall’acqua e spalanca la bocca, Mark è però più lesto a recuperare la cima e a rigettare in mare l’esca non appena il selace perde interesse. Il suo occhio è perfettamente tondo e nero. Quando si “sporgono” fuori dall’acqua questi squali protrudono il bulbo oculare in modo da variare l’angolo di incidenza della luce sulla retina. Il loro occhio è infatti progettato per vedere in acqua che è più densa dell’aria, ma in questo modo ci vedono abbastanza bene anche fuori. Anche la rotazione del corpo non è casuale (quasi nulla in natura lo è): avendo la mandibola più arretrata rispetto alla mascella hanno due soli modi per mordere, dal basso verso l’alto, oppure se sono sullo stesso piano della preda devono ruotare su loro stessi. Bene! ora che la lezione di Quark dei poveri è terminata, torniamo al nostro “piccolo amico” il quale deluso dal tentativo andato a vuoto descrive una circonferenza ispezionando i fuoribordo della barca con qualche morsetto ma poi all’improvviso sparisce con un guizzo.

Capiamo tutti che è molto probabile sia arrivato uno squalo più grosso. Ed in effetti non c’è bisogno di scrutare il mare a lungo quando un grosso bianco si mostra in tutta la sua imponenza. Nuota appena sotto la superficie dell’acqua e la presenza del plancton ci impedisce di identificarne bene la sagoma ma non la mole. Nuota lentamente accanto alla barca in uno spazio lattiginoso, la superficie del suo corpo è indefinita rispetto all’acqua che lo circonda al punto da sembrare una presenza eterea, quasi proveniente da un altro mondo. La testa è così grande da sembrare finto.“He’s the boss!” esclama Bob. Qua gli squali sono conosciuti per nome.

Attratto dalla testa di tonno la punta e riesce a morderla. Mark arriva in ritardo e cerca di strappargliela recuperando la cima ma lo squalo è ovviamente più forte ed infastidito da quella resistenza inattesa sbatte la coda contro la fiancata della barca sollevando uno spruzzo d’acqua che mette fuori uso la telecamera di Sara. L’impari battaglia dura pochissimo, lo squalo strappa la cima e si porta dietro il succulento trofeo lasciando il galleggiante giallo librarsi nell’aria. Non si allontana dalla barca, rimane appena sotto la superficie e di tanto in tanto scuote la testa da un lato all’altro.

A questo punto decidiamo di essere in buona compagnia, caliamo la gabbia.


Lo squalo bianco I: acrobata tra cielo e mare


La traversata è breve, 30 minuti nel buio pesto, quando di colpo il motore rallenta e tutti iniziamo a scrutare in attesa di segnali di predazione naturale.

Il mare è grigio, una distesa di piombo fuso e l’alba inizia a farsi strada nel buio affondandvi le lunghe dita di luce. Regnano la calma ed una leggera onda lunga, tipica dell’Oceano.

All’improvviso un grande spruzzo e l’acqua si tinge di rosso. La foca giace agonizzante, lo squalo si allontana e poi ritorna. Questa scena si sussegue per tre volte ma è troppo rapida, è ancora troppo buio ed è imprevedibile il punto in cui si verificherà quindi impossibile da fotografare. Tra me e me penso: “se continua così siamo messi male”.

Nel frattempo il sole inizia a sorgere, l’umidità ed il freddo della notte lasciano il posto ad un piacevole tepore e la luce diventa mia alleata. Bob tira fuori da un gavone un pezzo di moquette modellato a forma di foca; lo scopo è trascinarla sull’acqua con una lenza sperando che lo squalo possa scambiarla per una foca vera e fare il salto in cui speriamo tutti. Non ci vuole molto prima che il nostro amico venga a farci visita. Pochi minuti dopo, infatti, un bianco non grandissimo (all’anagrafe dei biologi Carcharodon carcharias) di circa tre metri esce completamente fuori dall’acqua con tutto il corpo. Il rapporto peso/potenza è evidentemente molto vantaggioso vista comunque la sua mole. Il corpo è inarcato dallo sforzo, si distinguono chiaramente la zona dorsale grigio scuro, la parte ventrale bianca e l’occhio nero. La moquette è stretta tra i denti e sembra rimanere sospeso in aria per dei secondi, poi ricade pesantemente sull’acqua mollandola e sparisce deluso nel blu. La scena è velocissima e sorprende tutti, la foto è inservibile, tagliata a metà. Gli sguardi si incrociano, Mark, Bob ed io ci guardiamo in un misto di delusione e stupore e  senza dire nulla ci prepariamo per il secondo tentativo.

Questa volta va decisamente meglio, dopo pochi secondi un possente corpo affusolato grigio e bianco emerge dall’acqua. Il salto si sviluppa parallelamente alla superficie e non in altezza forse per l’eccessiva mole dell’animale. Lo squalo agguanta la foca si avvita su se stesso ricadendo in acqua e sparisce. Stavolta i riflessi sono stati pronti e porto a casa un bel testone di squalo bianco in mezzo agli spruzzi. Sono contento! Anche Bob è soddisfatto e con il suo viso tondo, occhietti verdi e vispi ed un berretto di lana tirato sulla fronte mi sorride chiedendomi “Did you get him?” ed io gli rispondo “Oh yeah!”.

Sarebbe ora di andare ma lo skipper mi legge nel pensiero e vira di nuovo verso la costa mentre Mark prepara la foca di moquette per un ultimo tentativo. Dopo la virata il sole è di poppa, non proprio il massimo, ma ho appena il tempo di prendere posizione che uno squalo salta di nuovo abbandonando per qualche secondo il proprio mondo per sbirciare nel nostro. E’ abbastanza grande ma molto snello, agguanta la foca di moquette e si libra nell’aria per qualche istante mostrando il fianco prima che la forza di gravità lo risucchi a casa sua. In controluce, è quasi impossibile scorgere i diversi colori della pelle, solo una silhouette che si staglia nitida sull’azzurro del cielo. Ricade pesantemente facendo perdere le proprie tracce, quasi a volerci invitare a fare altrettanto ed infatti anche noi mettiamo la prua verso casa.

Sulla via del ritorno siamo tutti di buon umore e ci concediamo un panino commentando la bella giornata di mare. Quando ad un tratto i volti dell’equipaggio si contraggono nello sforzo di ascoltare un comunicato alla radio, sovrastata dal rumore del motore. Bob alza il braccio per invitarci al silenzio, poi s’incupisce all’improvviso. Mi avvicino per chiedere cosa fosse successo e Mark mi urla nell’orecchio che una barchetta di pescatori di 5 mt. si è capovolta.

Da queste parti a Seal Island in Sudafrica, in pieno luglio, l’acqua è a 14° ed è piuttosto mal frequentata: dei pescatori non si ebbe più notizia.


Il trigone di Felidhoo


Maldive, luogo in cui i colori di cielo, Mare e sabbia si incontrano in un’unica parola: Atollo. Siamo in crociera subacquea e dopo diversi giorni di immersioni giungiamo nell’atollo di Felidhoo, dove ci apprestiamo a fare una notturna, ad Alimathà.

A bordo la fioca luce gialla del Doni consente a stento la vestizione ed il controllo delle attrezzature, ma una luce più forte farebbe restringere troppo le nostre pupille impedendoci di percepire quella lunare riflessa dal Mare con evidenti problemi di navigazione. Appena pronti spegniamo anche questa ed è buio. Dopo un po’ gli occhi si abituano e la luce della Luna diventa la nostra guida.

L’immersione inizia in modo rocambolesco, Sara si tuffa per seconda dopo il dive master e perde subito la maschera, mi grida “lanciami un’altra maschera!”; io in bilico con l’attrezzatura indossata, un attimo prima del passo del gigante rientro a bordo e sto già rovistando nelle ceste, trovo una maschera, gliela lancio, poi mi tuffo, si tuffa Jean Claude e siamo sotto. All’improvviso JeanClode scompare, ricomparendo dopo qualche minuto: aveva ritrovato la maschera nera di Sara durante una notturna, incredibile! gliela porge, Sara la sostituisce e si riparte. Raramente mi è capitato di incontrare una persona magnetica come Jean Claude: 60 anni, cittadino del mondo, l’aplomb di un nobile dell’800, l’esperienza di migliaia di immersioni in Mare e non solo, scrive poesie ed è eternamente innamorato, di una gorgonia, di un panorama, di una Paese, di una donna.

La notturna inizia come tante ma finisce come poche. Siamo subito sul fondo sabbioso a -18 ed avanziamo con la parete sulla destra. E’ una bella immersione perché siamo solo in 4 (guide incluse) c’è poca confusione e le probabilità di fare begli incontri aumentano. Un pesce pappagallo dentro il suo bozzolo ben nascosto tra gli scogli fa l’indifferente: è la sua strategia per difendersi dai predatori, si rinchiude in un bozzolo di muco trasparente in modo da evitare che il proprio odore si disperda nell’acqua attirandoli.

Due enormi carangidi pattugliano il reef ed illuminati dalle torce rivelano tutta la loro argentea livrea. Bello si, ma avvistamenti abbastanza comuni, mi aspetto di più. All’improvviso il momento che tutti aspettavamo: si intravede una coda di squalo Nutrice o Leopardo non siamo riusciti a capirlo. Tutti immobili, io inizio ad armeggiare con diaframmi e flash, gli altri scrutano il buio alla ricerca di un segnale che possa palesare la presenza del selace, ma niente, il nostro amico non si fa più vedere. Questi pesci, molto primitivi, tra le tante caratteristiche peculiari hanno quella di non avere uno scheletro osseo bensì una struttura di cartilagine.

Il tempo passa e noi prendiamo la via del ritorno verso il punto in cui sarebbe venuta a riprenderci la barca, Jean Claude ed io più in basso, Sara e Giacomo qualche metro più in su, quando ad un tratto Jean attira la mia attenzione agitando freneticamente lo shaker. Io mi volto e non credo ai miei occhi: il trigone (2 mt. di diametro circa) avanzava spedito, sicuro, incurante di me, descrivendo ampie sinusoidi; eravamo esattamente alla stessa quota. Lui non accennava a rallentare, io non ci pensavo proprio a spostarmi. Traguardo la creatura nel mirino galileiano della mia Nikonos V ed aspetto. Lui continua, io non mi muovo, sento Sara qualche metro più su che grida letteralmente nell’erogatore (qualche settimana prima Ian Irving era morto a causa di una sfortunata collisione proprio con un trigone – forse erano grida di speranza!?), appena il trigone riempie tutto il fotogramma scatto, ma lui continua. Solo ad un metro si accorge di me e come un puledro in corsa che vede il burrone all’ultimo momento, s’impenna mostrandomi il bianco ventre e la linea della bocca, scatto di nuovo poi lui vira a sinistra e si allontana. Lo inseguo invano, altri due scatti ed il suo manto grigio aumenta sempre più di tono fino a fondersi nel nero Blu.

Rivedo il trigone tutte le mattine e tutte le volte sembra voler uscire dalla sua cornice per venirmi incontro nei ricordi di quella bellissima serata passata in mezzo al Mare.