Traina ai delfini


L’Oman è un eccellente osservatorio per i cetacei. Lo apprendo dal mio ultimo acquisto, “Whales and dolphins of Arabia”, di Robert Baldwin. A quanto dice il libro, ben scritto, c’è veramente di tutto: balenottere comuni, megattere, svariate specie di delfino, focene…. L’Oman sembrerebbe un paradiso del mammifero marino. E di chi lo vuole osservare, anche se i cetacei sono di solito estremamente schivi con i subacquei.

E così gli Zen al gran completo affittano barca con annesso barcaiolo per una spedizione alla ricerca di qualche tipo di cetaceo. Si parte di buon mattino.

Il marinaio è un ragazzo omanita che conosce una ventina di parole di inglese. Noi conosciamo tre parole tre di arabo, quindi la conversazione equipaggio-clienti  non è delle più brillanti. A bordo, viveri di conforto vari e macchina fotografica. E l’attrezzatura da apnea. Anche se, teoricamente, bisognerebbe osservare i cetacei dalla barca, FUORI DALL’ACQUA. Ma io preferisco essere pronto ad ogni evenienza: mica si può rischiare di essere colti impreparati di fronte a qualche incontro eccezionale, no? E poi ho un piano abbastanza strambo, che giace latente da anni nella mia testa di maniaco-ossessivo del mare e che potrebbe trovare realizzazione proprio oggi.

Si punta verso il mare aperto. Guardiamo speranzosi la superficie del mare appena increspata dal vento, come se da ogni onda dovesse sbucare Moby Dick. Ma, almeno per ora, niente.

Dopo un po’che vaghiamo nel mare omanita, vediamo una grande massa indistinta e tondeggiante che sbuca in superficie, ad una trentina di metri da noi. E’ qualcosa di semi-sommerso, scuro e lucente, che ondeggia placidamente tra le onde. Grido, indico, il barcaiolo non capisce l’inglese, ma è sveglio, rallenta. Aguzziamo la vista. A me sembra la testa di un globicefalo: li ho già visti, e a volte in effetti stanno così, con la testa a melone che sbuca parzialmente dall’acqua, a farsi dondolare pigramente dalle onde. Ci avviciniamo cautamente con la barca e mi rendo conto che non è la testa di un globicefalo, ma continuo a non capire cosa sia quella massa scura che ondeggia in superficie.


Poi di colpo capisco: due enormi tartarughe verdi che si stanno accoppiando. E noi, micidiali rompiscatole, siamo arrivati sul più bello. Valuto se entrare in acqua, poi mi dico che tutto ha un limite, e decido di lasciare stare le due tartarugone dal corpo verde scuro. La coppia, per non sbagliare, si immerge leggermente, nuotando in direzione opposta a noi. Al loro posto avrei fatto lo stesso.

Riprendiamo la ricerca dei cetacei. Marco inizia a stufarsi: la barca salta un po’ sulle ondine, non è il massimo della comodità. Cerco di distrarre Marco raccontandogli dei vari cetacei, dicendogli che deve stare attento e scrutare la superficie del mare per non perdersi un’apparizione fugace, bla bla bla. Per ora tiene.

Il barcaiolo intanto chiama via radio altri colleghi, per capire se ci sono branchi di cetacei da quelle parti. Pare di sì, dai suoi gesti. Partiamo decisi verso nord-est. Dopo un bel po’, quando le speranze stavano evaporando, vediamo le prime pinne dorsali che bucano la superficie: delfini. Pochi. Distanti. Non si capisce di quale specie. Ci muoviamo in zona con il motore al minimo.  Ne vediamo altri, poi altri ancora: a poco a poco si rivela un branco enorme, sono centinaia. Ora sono sotto la barca, poi davanti, emergono a gruppuscoli. Sono delfini comuni. Si chiamano così, ma non è che siano poi così tanto comuni… Sono molto belli: il corpo è grande, bruno, striato lateralmente di bianco e marrone chiaro, con un tocco estroso dato da qualche pennellata di nero.

Adesso i delfini sono dappertutto, sbucano da ogni lato della barca. E allora decido di attuare rapidamente lo strambo piano latente nella mia testa.  Annodo una cima di qualche metro di lunghezza all’anello di prua, mimo un gesto al marinaio (che annuisce, bah, chissà che cosa avrà capito), mi infilo la maschera e, tenendo l’altro capo della cima in mano, mi tuffo in mare sotto lo sguardo perplesso di moglie e figlio. E mi faccio trainare sott’acqua, stile esca per la pesca a traina al marlin.

Sotto di me, si apre un mondo: l’acqua è molto limpida e davanti, sotto, di fianco a me, è pieno di delfini che nuotano accompagnando l’imbarcazione. Sono molti di più di quanto non si immagini osservando quelli che appaiono in superficie. Qualcuno, più curioso, aggiusta la rotta per passarmi vicino ed osservarmi, a volte girando leggermente la testa verso di me. Il fatto che io mi muova con la barca vince la loro diffidenza, proprio come mi aveva detto, svelandomi un segreto del mestiere, un videoperatore che aveva lavorato per il National Geographic.

Sento i  loro richiami, i loro suoni mi avvolgono. Il mare è letteralmente brulicante di delfini. Li vedo anche giù fino a trenta-quaranta metri di profondità. Sensazioni fortissime.

Dopo un po’, forse una decina di minuti, i delfini spariscono. E io torno in barca. Felice: quella vecchia idea balzana di farsi trainare da una barca non era per niente una bufala.

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