Scuse da apneista


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Le migliori scuse di apneisti ascoltate almeno una volta da me – e talvolta utilizzate da me.
  • Oggi la compensazione non va.
  • Non sono abbastanza rilassato.
  • Quel taglio d’acqua fredda mi blocca.
  • Sono poco allenato.
  • Sono troppo allenato.
  • La monopinna mi blocca la circolazione dei piedi, pinneggio male.
  • Il cavo è storto.
  • Ho qualcosa nei seni frontali.
  • Sento che mi arriva il mal di mare.
  • Questa muta è troppo leggera.
  • Questa muta è troppo pesante.
  • C’è un po’ troppa corrente.
  • Forse non ho digerito.
  • Tanto non volevo fare tuffi profondi oggi.
  • Ho un assetto troppo positivo.
  • Ho un assetto troppo negativo.
  • Ci sono le meduse.
  • La muta fa acqua.
  • Non mi fido a scendere senza lanyard.
  • Il lanyard mi intralcia mentre scendo.
  • Non sono segnate le profondità sul cavo.
  • Ho dormito troppo.
  • Ho dormito poco.
  • Non sento il mare.
  • Quei pesci mi innervosiscono.
  • C’è troppo blu.
  • L’acqua è troppo torbida.
  • Ho paura degli squali.
  • Quelli della barca mi mettono fretta.
  • La pala è troppo dura.
  • La pala non è abbastanza reattiva.
  • Questa maschera mi fa venire la nausea.
  • Quei coralli laggiù mi fanno paura.
  • Se non vedo il piattello, non riesco a scendere.
E’ benvenuto chi mi aiuta ad arricchire questa lista.
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Odio il freddo, ma parecchio, anche se…


…se potrei tollerarlo per immersioni come questa: beluga!

(Prima o poi accadrà…è che tocca andare in Alaska nel periodo giusto)

Beluga


L’apneista e il muco


Noi apneisti siamo strane bestie.

Tanto per iniziare scendiamo giù nel blu dove gli altri subacquei vanno con le miscele, solo per il gusto di farlo, senza vedere una beata mazza, perché siamo del tutto concentrati a (1) arrivare al piattello; (2) riportare a casa la pellaccia – la gente non capisce la bellezza del gesto fintanto che non ci prova, ma questa è un’altra storia.

Poi abbiamo le nostre arcane pratiche respiratorie, il lavaggi nasali con lo yala neti e la pornografica yota, la ginnastica tubarica da fare davanti allo specchio (giusto per sentirsi più scemi a fare tutte quelle boccacce), l’otovent con il quale gonfiamo palloncini dal naso per imparare a governare muscoletti della gola che il 99.9% della gente ignora di possedere. Ci alleniamo percorrendo all’alba le scale di casa in apnea e di corsa. Teniamo come una reliquia la preziosa monopinna arrivata con amore (e mille difficoltà di spedizione) dalla Russia. E via dicendo.

Tutto per qualche metro in più in assetto costante.

Da qualche tempo, abbiamo anche acquisito conoscenze migliori circa la produzione di muco. Già, il muco. Fantastico. Eppure sì, ci interessa assai, perché il muco è quella cosa che ti blocca i seni frontali e impedendone la compensazione, oppure si va infilare nella tuba di Eustachio  bloccando la compensazione dell’orecchio medio e impedendo tuffi a profondità maggiori di 80 cm. L’incubo dell’apneista profondista. E allora occhio al muco!

La comunità apneistica è felice: abbiamo individuato i cibi che favoriscono una produzione eccessiva di muco e altri che l’eliminano (o almeno la contengono). Eccoli qua, strana gente.

Cibi_apnea


L’Icaro degli abissi


Herbert Nitsch

Herbert Nitsch, 42 anni, austriaco, ex-pilota aereonautico, è uno di quegli atleti che mi piace definire “epocali”: ha battuto 31 record mondiali in tutte le discipline del freediving.

Poco elegante nella nuotata rispetto alla maggior parte degli apneisti d’alto livello (guardate), l’autodidatta Herbert Nitsch ha più che bilanciato questo difetto con tempi d’apnea straordinari (oltre 9’ di apnea statica), incredibile capacità di compensare la pressione sui timpani e un notevole ingegno, dote che lo ha portato a innovare attrezzature e metodi di compensazione.

Herbert Nitsch si è messo intesta un’idea pazza, un chiodo fisso: raggiungere i 300 metri di profondità nella specialità più estrema del freediving, il no-limit. Il no-limit è una discesa negli abissi, trattenendo il fiato, trainato da una slitta dal peso illimitato, risalendo in superficie trascinato da un pallone gonfiato in profondità che fa da ascensore. Per dare un’idea di quanto folle sia la profondità di 300 metri, nel 1999 il grande Umberto Pelizzari con una discesa a 150 metri stabilì un record che durò anni.

Io, che non amo il no-limit (preferisco le specialità più pure e muscolari, come la discesa in assetto costante con monopinna o a rana, che fra l’altro sono meno pericolose), ho sempre pensato che Nitsch con questa fissazione dei 300 metri ci avrebbe rimesso la pelle. E’ una profondità demenziale anche agli occhi d’un apneista. Potete facilmente intuire l’opinione dei medici: perché se è vero che la scienza comincia a capire qualcosa della fisiologia del corpo umano in apnea a più basse profondità, quelle quote abissali sono davvero un’incognita.

E poi ci sono i pessimi precedenti: negli ultimi 15 anni il no-limit ad alto livello è stato praticato sì e no da una mezza dozzina di apneisti, e due di essi, cioè Audrey Mestre e Patrick Musimu, ci hanno rimesso la vita.

Ma niente, Herbert è andato avanti nella sua rincorsa ai -300.

Il 6 giugno 2012 Herbert Nitsch è sceso negli abissi al largo dell’isola di Santorini a 244 metri, per battere il suo precedente record di 214 metri. Ha raggiunto quota -244. Ma nella risalita qualcosa è andato storto: ha avuto un black-out, è svenuto, e l’eccessiva velocità di risalita negli ultimi metri (ndr: in condizioni normali, lui è solito fare una breve sosta di decompressione IN APNEA – chi ha dimestichezza con le immersioni si rende conto subito che si tratta di un alieno) lo ha portato a sviluppare una grave sindrome da decompressione. Con tutto quel che segue: danni al sistema cardiocircolatorio, paralisi, perdita di memoria, difficoltà a parlare.

Nella prima intervista dopo l’incidente, a distanza di nove mesi, Herbert ha dichiarato: “Dal punto di vista medico, ho avuto un infarto multiplo. Proprio ciò che succede allo champagne quando si toglie il tappo è successo al mio sangue: l’azoto disciolto nel sangue, ha avuto un’espansione esplosiva durante la risalita, creando bolle che hanno danneggiato cuore e cervello”.

Ora va un po’ meglio. Ma il fisico è gravemente leso e la carriera apneistica appare al momento finita. Herbert racconta: “Ho seri problemi di linguaggio e memoria, ma ormai sono familiare con queste difficoltà e sono diventato bravo a trovare un altro modo di dire le cose quando le parole non mi vengono in mente. Ma con i nomi delle persone non c’è verso, non li ricordo mai…”. E riguardo alle difficoltà motorie dichiara: “Provo a correre, è ancora più divertente, ho uno stile che è una via di mezzo tra il passo dell’oca e la Lambada. Ma resto un completo disastro se provo a versare il tè con la mano destra “.

Insomma, nonostante la sua situazione, Herbert, l’Icaro delle profondità che è voluto scendere troppo negli abissi, mantiene il suo senso dell’umorismo e resta l’ironico atleta dell’esilarante e assolutamente imperdibile videoToilet Dive“.


Nuoto in acque libere, apnea…bello ma cosa mangio prima?


Domande frequente tra amici e conoscenti: cosa mangio prima di una gara come Swim The Island o di una sessione seria di tuffi in apnea? che tipo di colazione posso fare? e se poi viaggio tre ore e mi viene fame proprio prima della gara?

Non essendo un nutrizionista, provo a rispondere ai quesiti proprio come farei con un amico, semplicemente sulla base della mia esperienza di triathleta (un sacco di anni e vari Ironman sul groppone), di maratoneta e di apneista “tecnico”, che si è sempre documentato e ha scambiato esperienze con altri atleti “mediani a vita” come me. Non cercate le finezze: qui si guarda all’elefante e non alla mosca che ronza intorno al suo testone.

Vi dico quindi come mi comporto io, vediamo se vi può servire a qualcosa. Quanto sto per dire va bene sia per il nuotatore d’acque libere che deve affrontare una gara o un lungo allenamento, sia per l’apneista che fronteggia una gara o una sessione impegnativa d’allenamento profondo in mare o lago.

Sera prima

L’idea è di accumulare energia. Quindi carboidrati: pasta, o riso. Va bene anche la pizza se la digerite bene. Condimento semplice: evitate intingoli troppo complicati. Mangiate anche un po’ di verdura e/o frutta se vi va. Ci sta anche un dolcino casalingo, tipo una fetta di crostata alla marmellata. Il tutto senza eccedere, in quantità normale. Pensate che prima di un Ironman anni fa vidi (giuro, non lo dimenticerò mai, anche perché era un mio compagno di squadra…) un triathleta mangiare tre piatti di pasta, due bistecche, patate al forno, pane, insalata, dolci vari: il giorno della gara era un chiodo totale. Voi evitate gli eccessi: normalità è la parola d’ordine.

Bevete acqua, ma anche qui senza esagerare. Dovete arrivare idratati ad un appuntamento sportivo, d’accordo, ma è inutile bere tutto la sera prima… servirà solo ad andare in bagno 300 volte di notte e quindi dormire malissimo. Evitate senz’altro il limoncello o il mirto anche se sono buoni. Ma se siete abituati a bere un bicchiere di birra o di vino rosso a cena, potete berlo e non avrete problemi. Qualche anno fa ho assistito alla cena del grande Carlos Coste prima del suo tentativo riuscito di record mondiale di apnea profonda in assetto variabile: si è tranquillamente bevuto un quartino di rosso.

Colazione

Se possibile andrebbe fatta 2h-2h30’ prima della gara (ma non sempre è possibile, per motivi di viaggio). Io mangio pane tostato con marmellata o miele, un frutto (mela o pera o pesca), oppure un succo di frutta (tipo pesca, pera, albicocca, per me facilmente digeribili), uno yogurt da 125 gr. (per avere un po’ di proteine facilmente digeribili). Va bene bere un caffè o del tè (se siete un’apneista, lasciate perdere, vi darà tensione e non aiuterà ad andare profondi). Evitate la spremuta di agrumi, che provoca acidità di stomaco (bevetela gli altri giorni). La colazione deve essere nutriente ma leggera: insomma non abbuffatevi.

Prima della gara/uscita in mare

Innanzitutto mantenetevi idratati bevendo regolarmente: diciamo che ½ litro o poco più nella mattinata intera dovrebbero bastare. Se dalla colazione alla gara passano più di 4 ore, un paio d’ore prima della gara mangiatevi una pezzo di focaccia, un piccolo panino con un po’ di marmellata, oppure una manciata di biscotti secchi.

Mezz’oretta prima della gara, o dell’uscita in mare, sparatevi un gel liquido a base di carboidrati/maltodestrine (se andata da Decathlon ne trovate a bizzeffe, di varie marche), bevendo almeno un bicchiere d’acqua subito dopo, altrimenti okkio che il gel vi disidrata.

Provate gente. Poi mi direte se con voi funziona.


In apnea con i delfini


Qui alle Azzorre fare apnea con delfini ed altri cetacei, o semplicemente nuotare assieme a loro guardandoli con la maschera dalla superfice, è una realtà. Una bella realtà.

C’è di tutto: ci si può immergere con tursiopi, delfini comuni (che poi così comuni non sono), grampi, stenelle maculate e stenelle striate, tanto per citare i cetacei più frequenti. Se non fosse per una legge portoghese che esclude l’immersione con un tot di cetacei, legge che accetto ma che odio profondamente con tutto il mio essere, ci si potrebbe immergere anche con balene pilota e pseudorche (e anche con l’orca, visto che ogni tanto si fa vedere), animali considerati potenzialmente aggressivi. Ma tant’è, non capisco ma mi adeguo.

Per evitare di disturbarli, è vietato immergersi pure con i grandi cetacei (capodogli, balenottere azzurre e compagnia bella): si possono vedere dalla barca, anche da molto vicino, facendo whale watching. Però niente incontri subacquei a meno di non essere ricercatori o documentaristi. Anticipo che Aqua2O ed io stiamo lavorando su un progetto in tal senso…

Ma veniamo ai delfini. Dimenticate i telefilm melensi che guardavate da bambini, con i delfini in cattività, coccolosi e dalle pinne mosce: questi sono supervispi, fisicamente tosti e hanno carattere. Il che significa che se non hanno voglia di stare lì con voi se ne vanno. Sono animali dell’oceano, selvaggi e liberi – quanto di più invidiabile si possa per me desiderare essere

E’ divertentissimo. Si parte con il CW Azores su un gommone, armati di maschera, snorkel, muta e pinne. Si vola sull’oceano fino ad incontrare qualche branco di delfini. Attenzione, non è un incontro lasciato al caso: da terra, dalle postazioni un tempo utilizzate per avvistare le balene e segnalarle alle baleniere, ora operano avvistatori, molto più ecologici nello spirito, che indirizzano gli skipper in modo preciso. Poi ci si prepara, ci si avvicina al branco di cetacei e al segnale dello skipper si entra in acqua, due alla volta.

Ora siamo qui, proprio a qualche miglia da Pico, a ripetere quest’esperienza. Il mio compare Aqua2O ed io siamo prontissimi. Facciamo vari tentativi, tutti a vuoto, di entrare in acqua con un branco di grampi (cetaceo bellissimo – vedi foto), che dopo essersi lasciati avvicinare con la massima tranquillità in mattinata, oggi puntano il muso al largo ogni volta che il gommone si avvicina. Non hanno voglia. Poi incontriamo un branco di tursiopi. Sono grandi, massicci e quasi neri. Ok, ci accettano, riusciamo ad accostarci al branco. Bene, vediamo come se la cavano questi delfini delle Azzorre con l’apnea.

Mi ventilo mentre ci avviciniamo. Monopinna ai piedi, maschera, GoPro accesa…sì, respirone finale e…GO! giù subito nel blu! Ho provato quest’esperienza varie volte e ho ormai le mia tecnica un tantino elaborata, consigliatami da Michael Costa, lo skipper più skipper dell’isola di Pico, con queste esatte parole: “Tu che sei un apneista, vai giù, scendi ignorandoli ed esegui della capovolte, delle evoluzioni, nuota sott’acqua, ma fai finta di niente: vedrai che loro verranno da te”. (Un po’ come bisognerebbe comportarsi con le donne, no?)

E così faccio. E loro si avvicinano, vengono a curiosare, poi si allontanano, poi tornano ancora. Fanno dei suoni, che nel mio (miserabile) video si sentono. Provo anche ad imitarli, ma poi mi ricordo del detto milanese “panatè fa el to mestè”, sicché per evitare incomprensioni e gaffe linguistiche lascio perdere i tentativi di comunicazione.

Che altro dire? E’ bello, facile e coinvolgente. Se avete dei bambini che stanno bene in acqua portateceli, se potete, probabilmente gli cambierete per sempre la vita. In meglio. E se non li avete, andateci voi: è un grosso regalo, un’esperienza che va dritta al midollo spinale.


Buona pesca


Finalmente ci siamo! Dopo tante domeniche di pianificazione terminate in un nulla di fatto, dopo tante volte in cui l‘umore andava a mille e poi a zero perché rimandavamo,  dopo tante volte in cui mi sono immaginato come potesse essere tutto, nei minimi dettagli, fomentato dalla lettura dei fascicoli settimanali della Enciclopedia del Mare di Jacques-Yves Cousteau che compravo con la mia paghetta domenicale di 350 Lire, finalmente, mio padre mette la sveglia alle 6. Si va a pesca con zio Gennaro.

Zio Gennaro non fa il pescatore, ma abita a Pozzuoli ed ha una barchetta in vetroresina di colore rosso con un Volvo Penta da 6 cv, ai miei occhi una flotta baleniera ed io il capitano Akab.

Inutile dire che ho passato la notte in bianco, con il mal di stomaco dall’eccitazione.

Quando ci svegliamo è ancora quasi notte ma non troppo. Quel grigiore scuro che tende lentamente a schiarirsi al pari dei pensieri che dapprima confusi tendono poi a prendere lucidità a mano a mano che il sole sorge.

Dopo un’abbondante colazione fatta sul gelido piano in marmo della nostra cucina ci mettiamo in viaggio. La tangenziale è deserta e l’enorme sole che stà per nascere ci guida in poco tempo verso Pozzuoli dove carichiamo Zio Gennaro e Procolo.

Arrivati al porto, si fa per dire, scarichiamo l’attrezzatura: il serbatoio rosso con tubo e “pompetta” neri, una tanica di carburante supplementare, un paio di borse con panini ed asciugamani. Siamo a Baia, al Cimitero delle navi, un piccolo bacino nel quale vengono arenate le navi in disarmo prima di essere smantellate e rivendute a pezzi.  Il risultato è un budello emerso (e sommerso) di prue maestose, murate e timoni mezzi fuori e mezzi dentro l’acqua. Alcune barche sono ormeggiate in mezzo agli scafi, altre, tra queste quella di Zio Gennaro, sono oltre le navi. E’ mattino presto e l’aria è fresca, non si vede nessuno tranne un vecchietto in lontananza che con una remata lenta ma efficiente punta verso di noi. Io nel frattempo sgattaiolo in giro a curiosare e mi imbatto in una gabbia con un uccello enorme, ha un becco ricurvo e lunghi artigli “E’ nu’ falc’ pellegrin, l’amm’ truvat ca scella sp’zzat.” mi apostrofa una signora, poi “Alfonso ! Alfonso!” mi chiamano, si và. Saliamo a bordo del natante del nostro Caronte e dopo qualche minuto trasbordiamo sulla barca di Zio Gennaro. Ci sistemiamo, colleghiamo il serbatoio e partiamo, destinazione Allevamento di cozze di Baia.

Appena doppiato il promontorio di XXX caratterizzato da una bellissima grotta passante nel tufo che protende verso il mare a proteggere la baia, (sono rocce antichissime al cui interno vivono ancora testimonianze di civiltà millenarie come le gallerie di fuga scavate in epoca romana), ci appare una distesa di bidoni rossi e blu dai quali protendono verso il fondo lunghi filari di cozze, bocconi succulenti per l’intera fauna marina ed umana del luogo.

Ormeggiamo ad uno di essi, gettare l’ancora sarebbe impossibile per una barchetta come la nostra, il fondo nel Golfo di Napoli arriva a 700 metri e dove siamo supera tranquillamente i 60. Caliamo i bolentini ed aspettiamo. Il mare è calmo ed il sole piacevolmente caldo.

La pesca nell’allevamento di cozze non è mai un granchè, bavose occhiute e pinterrè sono le prede più comuni, pescetti da zuppa poco pregiati nulla al cospetto di sua maestà il pagello o sua altezza l’orata. Mio padre è il primo a sentire la toccata, dà uno strattone ed inizia a recuperare, il pesce sembra grande per quanto tira ma in realtà non lo è. Le bavose occhiute (Blennius ocellaris Linneaus) infatti, dopo aver abboccato, cercano di aumentare la resistenza all’acqua allargando le pinne ventrali che nel loro caso sono molto avanzate e grandi rispetto alla coda, questo consente loro di opporre una resistenza sproporzionata rispetto alla mole che hanno e sembrare quindi più grandi. Salpata a bordo Zio Gennaro l’agguanta con un’asciugamani, la slama e la mette nel secchio. Si continua, anche lui ne prende una ed andiamo avanti così per un bel pò fino a riempire metà secchiello. A ridosso di mezzogiorni però decidiamo di cambiare posto e tecnica di pesca, ma prima di andare voglio fare un tuffo.

“Guarda che qua è profondo” mi dice mio padre. Io mi sporgo oltre il bordo agguantandolo con le mani e sporgendovi oltre la testa quasi a sfiorare l’acqua a causa del rollio provocato dallo spostamento del mio corpo. In effetti la superficie è di un blu scuro impenetrabile ed anche il filone di cozze che si dipana dal bidone al quale siamo ormeggiati scompare dopo appena qualche decina di centimetri. Riporto il busto all’interno della barca, provocando un rollio di pari intensità in direzione opposta ma mi voglio buttare lo stesso. Prendo le mie pinne nere, della Rondine, totalmente in caucciù credo, le bagno e le indosso con difficoltà. Goffamente mi sposto a sinistra scavalcando il bordo e mi butto. Mi iperventilo, la vecchia scuola di Enzo Maiorca, e faccio la capovolta. Ovviamente senza maschera non vedo niente, tastando a caso trovo il filone di cozze lo agguanto e cerco di utilizzarlo per guadagnare qualche metro. Il tentativo è misero, la mia resistenza a trattenere il fiato quasi inesistente e  le mani sono tute tagliuzzate dai bivalvi. Riemergo dopo una manciata di secondi e risalendo a bordo con qualche difficoltà mi tolgo le pinne mentre il Volvo Penta ci spinge faticosamente verso Trentaremi mentre mio padre prepara la valanzola. Questo tipico strumento di pesca che ero andato a comprare con lui in un negozio di sub al porto di Pozzuoli per seimila lire, consiste in un grosso retino dal diametro di circa un metro. Lo si riempie di ricci e granchi schiacciati, si aggiungono delle pietre per tenerla giù e la si butta a mare. Una volta sul fondo il profumo dei ricci attira i pesci, allora con uno strattone si cerca di intrappolarli e poi si salpa la valanzola il più presto possibile.

Non mi ricordo come ci siamo procurati i ricci ma quando abbiamo salpato il nostro attrezzo ricordo che era quasi vuoto, solo una piccola bavosa che abbiamo rigettato in mare ed un pinterrè che invece abbiamo tenuto. Andiamo avanti così per un bel pò, tra recuperi di valanzola quasi vuota, qualche panino da sgranocchiare e qualche bagno in un’acqua che ai tempi era limpida.

Nel pomeriggio decidiamo che è ora di mettere la prua verso casa. Zio Gennaro afferra la cima dell’ancora ed inizia a salpare, ma l’ancora non si muove. Molla tutta la cima, lascia scarrocciare la barca e riprova, ma niente. Allora mio padre ai remi cerca di variare l’orientamento dalla barca rispetto al punto presunto in cui si trovava l’ancora, ma ancora nulla, sembra saldata al fondo. Dopo circa 30 minuti di tentativi ci decidiamo a tagliare, ma proprio mentre la cima inizia a perdere i propri contorni di nitidezza iniziando ad inabissarsi, mio padre immerge tutto il braccio in acqua, l’afferra e tira! Recupera molto di più della lunghezza del proprio arto e poi ancora di più, l’ancora si era liberata e riusciamo a salparla. “Ci abbiamo rimesso una cima” dice Zio Gennaro, “Si ma meglio la cima che l’ancora!” replica mio padre e scoppiamo tutti a ridere. Zio Gennaro si sposta a poppa posizionandosi davanti al VolvoPenta, agguanta la cima dì avviamento e tira all’indietro. Il risultato è che la mezza cima compresa di maniglia gli rimane in mano, l’altra metà si riavvolge nel motore, come una vipera che colta allo scoperto si affretta a rintanarsi nel primo buco che trova. Incredibile, due sfighe di seguito così non si erano mai viste, ora siamo senza motore. Anche smontando la calotta del Volvo Penta ed avvolgendo la cima residua sul volano non si riesce ad avere abbastanza grip per farlo accendere e dopo qualche tentativo rinunciamo. A quel punto non restano che i remi. Procolo il figlio di Zio Gennaro ed io, siamo fuori gioco, io avevo circa 12 anni e Procolo un paio in meno, zio Gennaro è tachicardico, non resta che mio padre, che essendo cresciuto a Posillipo dove ha trascorso da bambino lunghe estati al mare aveva i remi nel dna. Si posiziona sulla panca, li agguanta ed inizia a vogare spalle a prua voltandosi di tanto in tanto per verificare la presenza di eventuali ostacoli che gli segnalavamo e per controllare la traiettoria. Fa caldo.

Dopo un bel po’, non mi ricordo quanto, scorgo le sagome arrugginite delle navi in disarmo messaggere dell’imminente conclusione della nostra bellissima giornata che avevo atteso per così tanto tempo e mi rattristo un pò. Non vorrei più scendere dalla barca e propongo di salire a bordo di una nave arrugginita per esplorarla al crepuscolo con una torcia, ma niente da fare, si torna a casa. Scarichiamo l’attrezzatura sulla barca del vecchietto ed in poco tempo siamo in macchina, accompagniamo Zio Gennaro e Procolo a casa e noi ci avviamo verso la nostra dove ci aspetta mia madre.

Io ancora eccitato per l’avventura appena vissuta ed orgoglioso del misero pescato come se fosse una ricciola da 50 Kg., corro verso mia madre che è già in ginocchio a braccia aperte. L’abbraccio di un genitore è il porto più sicuro al mondo, mamma, mamma! e le racconto tutta la giornata ….e poi mamma sono successe un sacco di sfortune, e Laura ci aveva anche augurato buona pesca!”

Poi da grande ho capito che l’infausto augurio è spesso foriero di un po’ di sana sfiga a prescindere dalle intenzioni di chi lo profferisce!