Odio il freddo, ma parecchio, anche se…


…se potrei tollerarlo per immersioni come questa: beluga!

(Prima o poi accadrà…è che tocca andare in Alaska nel periodo giusto)

Beluga


In apnea con i delfini


Qui alle Azzorre fare apnea con delfini ed altri cetacei, o semplicemente nuotare assieme a loro guardandoli con la maschera dalla superfice, è una realtà. Una bella realtà.

C’è di tutto: ci si può immergere con tursiopi, delfini comuni (che poi così comuni non sono), grampi, stenelle maculate e stenelle striate, tanto per citare i cetacei più frequenti. Se non fosse per una legge portoghese che esclude l’immersione con un tot di cetacei, legge che accetto ma che odio profondamente con tutto il mio essere, ci si potrebbe immergere anche con balene pilota e pseudorche (e anche con l’orca, visto che ogni tanto si fa vedere), animali considerati potenzialmente aggressivi. Ma tant’è, non capisco ma mi adeguo.

Per evitare di disturbarli, è vietato immergersi pure con i grandi cetacei (capodogli, balenottere azzurre e compagnia bella): si possono vedere dalla barca, anche da molto vicino, facendo whale watching. Però niente incontri subacquei a meno di non essere ricercatori o documentaristi. Anticipo che Aqua2O ed io stiamo lavorando su un progetto in tal senso…

Ma veniamo ai delfini. Dimenticate i telefilm melensi che guardavate da bambini, con i delfini in cattività, coccolosi e dalle pinne mosce: questi sono supervispi, fisicamente tosti e hanno carattere. Il che significa che se non hanno voglia di stare lì con voi se ne vanno. Sono animali dell’oceano, selvaggi e liberi – quanto di più invidiabile si possa per me desiderare essere

E’ divertentissimo. Si parte con il CW Azores su un gommone, armati di maschera, snorkel, muta e pinne. Si vola sull’oceano fino ad incontrare qualche branco di delfini. Attenzione, non è un incontro lasciato al caso: da terra, dalle postazioni un tempo utilizzate per avvistare le balene e segnalarle alle baleniere, ora operano avvistatori, molto più ecologici nello spirito, che indirizzano gli skipper in modo preciso. Poi ci si prepara, ci si avvicina al branco di cetacei e al segnale dello skipper si entra in acqua, due alla volta.

Ora siamo qui, proprio a qualche miglia da Pico, a ripetere quest’esperienza. Il mio compare Aqua2O ed io siamo prontissimi. Facciamo vari tentativi, tutti a vuoto, di entrare in acqua con un branco di grampi (cetaceo bellissimo – vedi foto), che dopo essersi lasciati avvicinare con la massima tranquillità in mattinata, oggi puntano il muso al largo ogni volta che il gommone si avvicina. Non hanno voglia. Poi incontriamo un branco di tursiopi. Sono grandi, massicci e quasi neri. Ok, ci accettano, riusciamo ad accostarci al branco. Bene, vediamo come se la cavano questi delfini delle Azzorre con l’apnea.

Mi ventilo mentre ci avviciniamo. Monopinna ai piedi, maschera, GoPro accesa…sì, respirone finale e…GO! giù subito nel blu! Ho provato quest’esperienza varie volte e ho ormai le mia tecnica un tantino elaborata, consigliatami da Michael Costa, lo skipper più skipper dell’isola di Pico, con queste esatte parole: “Tu che sei un apneista, vai giù, scendi ignorandoli ed esegui della capovolte, delle evoluzioni, nuota sott’acqua, ma fai finta di niente: vedrai che loro verranno da te”. (Un po’ come bisognerebbe comportarsi con le donne, no?)

E così faccio. E loro si avvicinano, vengono a curiosare, poi si allontanano, poi tornano ancora. Fanno dei suoni, che nel mio (miserabile) video si sentono. Provo anche ad imitarli, ma poi mi ricordo del detto milanese “panatè fa el to mestè”, sicché per evitare incomprensioni e gaffe linguistiche lascio perdere i tentativi di comunicazione.

Che altro dire? E’ bello, facile e coinvolgente. Se avete dei bambini che stanno bene in acqua portateceli, se potete, probabilmente gli cambierete per sempre la vita. In meglio. E se non li avete, andateci voi: è un grosso regalo, un’esperienza che va dritta al midollo spinale.


Traina ai delfini


L’Oman è un eccellente osservatorio per i cetacei. Lo apprendo dal mio ultimo acquisto, “Whales and dolphins of Arabia”, di Robert Baldwin. A quanto dice il libro, ben scritto, c’è veramente di tutto: balenottere comuni, megattere, svariate specie di delfino, focene…. L’Oman sembrerebbe un paradiso del mammifero marino. E di chi lo vuole osservare, anche se i cetacei sono di solito estremamente schivi con i subacquei.

E così gli Zen al gran completo affittano barca con annesso barcaiolo per una spedizione alla ricerca di qualche tipo di cetaceo. Si parte di buon mattino.

Il marinaio è un ragazzo omanita che conosce una ventina di parole di inglese. Noi conosciamo tre parole tre di arabo, quindi la conversazione equipaggio-clienti  non è delle più brillanti. A bordo, viveri di conforto vari e macchina fotografica. E l’attrezzatura da apnea. Anche se, teoricamente, bisognerebbe osservare i cetacei dalla barca, FUORI DALL’ACQUA. Ma io preferisco essere pronto ad ogni evenienza: mica si può rischiare di essere colti impreparati di fronte a qualche incontro eccezionale, no? E poi ho un piano abbastanza strambo, che giace latente da anni nella mia testa di maniaco-ossessivo del mare e che potrebbe trovare realizzazione proprio oggi.

Si punta verso il mare aperto. Guardiamo speranzosi la superficie del mare appena increspata dal vento, come se da ogni onda dovesse sbucare Moby Dick. Ma, almeno per ora, niente.

Dopo un po’che vaghiamo nel mare omanita, vediamo una grande massa indistinta e tondeggiante che sbuca in superficie, ad una trentina di metri da noi. E’ qualcosa di semi-sommerso, scuro e lucente, che ondeggia placidamente tra le onde. Grido, indico, il barcaiolo non capisce l’inglese, ma è sveglio, rallenta. Aguzziamo la vista. A me sembra la testa di un globicefalo: li ho già visti, e a volte in effetti stanno così, con la testa a melone che sbuca parzialmente dall’acqua, a farsi dondolare pigramente dalle onde. Ci avviciniamo cautamente con la barca e mi rendo conto che non è la testa di un globicefalo, ma continuo a non capire cosa sia quella massa scura che ondeggia in superficie.


Poi di colpo capisco: due enormi tartarughe verdi che si stanno accoppiando. E noi, micidiali rompiscatole, siamo arrivati sul più bello. Valuto se entrare in acqua, poi mi dico che tutto ha un limite, e decido di lasciare stare le due tartarugone dal corpo verde scuro. La coppia, per non sbagliare, si immerge leggermente, nuotando in direzione opposta a noi. Al loro posto avrei fatto lo stesso.

Riprendiamo la ricerca dei cetacei. Marco inizia a stufarsi: la barca salta un po’ sulle ondine, non è il massimo della comodità. Cerco di distrarre Marco raccontandogli dei vari cetacei, dicendogli che deve stare attento e scrutare la superficie del mare per non perdersi un’apparizione fugace, bla bla bla. Per ora tiene.

Il barcaiolo intanto chiama via radio altri colleghi, per capire se ci sono branchi di cetacei da quelle parti. Pare di sì, dai suoi gesti. Partiamo decisi verso nord-est. Dopo un bel po’, quando le speranze stavano evaporando, vediamo le prime pinne dorsali che bucano la superficie: delfini. Pochi. Distanti. Non si capisce di quale specie. Ci muoviamo in zona con il motore al minimo.  Ne vediamo altri, poi altri ancora: a poco a poco si rivela un branco enorme, sono centinaia. Ora sono sotto la barca, poi davanti, emergono a gruppuscoli. Sono delfini comuni. Si chiamano così, ma non è che siano poi così tanto comuni… Sono molto belli: il corpo è grande, bruno, striato lateralmente di bianco e marrone chiaro, con un tocco estroso dato da qualche pennellata di nero.

Adesso i delfini sono dappertutto, sbucano da ogni lato della barca. E allora decido di attuare rapidamente lo strambo piano latente nella mia testa.  Annodo una cima di qualche metro di lunghezza all’anello di prua, mimo un gesto al marinaio (che annuisce, bah, chissà che cosa avrà capito), mi infilo la maschera e, tenendo l’altro capo della cima in mano, mi tuffo in mare sotto lo sguardo perplesso di moglie e figlio. E mi faccio trainare sott’acqua, stile esca per la pesca a traina al marlin.

Sotto di me, si apre un mondo: l’acqua è molto limpida e davanti, sotto, di fianco a me, è pieno di delfini che nuotano accompagnando l’imbarcazione. Sono molti di più di quanto non si immagini osservando quelli che appaiono in superficie. Qualcuno, più curioso, aggiusta la rotta per passarmi vicino ed osservarmi, a volte girando leggermente la testa verso di me. Il fatto che io mi muova con la barca vince la loro diffidenza, proprio come mi aveva detto, svelandomi un segreto del mestiere, un videoperatore che aveva lavorato per il National Geographic.

Sento i  loro richiami, i loro suoni mi avvolgono. Il mare è letteralmente brulicante di delfini. Li vedo anche giù fino a trenta-quaranta metri di profondità. Sensazioni fortissime.

Dopo un po’, forse una decina di minuti, i delfini spariscono. E io torno in barca. Felice: quella vecchia idea balzana di farsi trainare da una barca non era per niente una bufala.