Squali! Squali! Squali!


Come non condividere questa serie fantastica di ancor più fantastiche infografiche sugli squali?

Impossibile resistere! E quindi eccole qui, cliccate QUI e… enjoy…

Flying_Sharks

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Lo squalo bianco 2: l’attesa


Terminati i 3 tentativi di adescamento degli squali con foca di moquette (di più non se ne fanno per evitare di influire in maniera permanente sul loro comportamento) passiamo all’immersione in gabbia. Nulla di ciò che si vede nei documentari come gabbie in alluminio che si adagiano sul fondo,  semplicemente un cilindro artigianale con anima in acciaio ricoperta da rete metallica: sulla parte superiore sono fissati dei parabordi, un portello per consentire l’ingresso ed una cima di ormeggio per grosse navi a tenerla vincolata alla barca. A metà altezza della gabbia, un‘apertura per consentire le foto.

Mark, ex broker della city londinese che ha deciso di cambiare vita, inizia a pasturare o meglio infila in acqua un sacco di juta pieno di alici che iniziano così a rilasciare il loro profumino e poi lancia in acqua una testa di tonno vincolata alla barca da una cimetta. Bob nel frattempo tira fuori da un gavone un enorme bastone di 15 cm di diametro con il quale inizia a percuotere il fondo della barca (che spero resista…!!). Pare che queste siano condizioni irresistibili per uno squalo ed effettivamente non rimaniamo soli a lungo.

Il primo ad arrivare è un piccolo bianco che si avventa ingenuamente sulla testa di tonno, ruota su se stesso mostrando metà testa fuori dall’acqua e spalanca la bocca, Mark è però più lesto a recuperare la cima e a rigettare in mare l’esca non appena il selace perde interesse. Il suo occhio è perfettamente tondo e nero. Quando si “sporgono” fuori dall’acqua questi squali protrudono il bulbo oculare in modo da variare l’angolo di incidenza della luce sulla retina. Il loro occhio è infatti progettato per vedere in acqua che è più densa dell’aria, ma in questo modo ci vedono abbastanza bene anche fuori. Anche la rotazione del corpo non è casuale (quasi nulla in natura lo è): avendo la mandibola più arretrata rispetto alla mascella hanno due soli modi per mordere, dal basso verso l’alto, oppure se sono sullo stesso piano della preda devono ruotare su loro stessi. Bene! ora che la lezione di Quark dei poveri è terminata, torniamo al nostro “piccolo amico” il quale deluso dal tentativo andato a vuoto descrive una circonferenza ispezionando i fuoribordo della barca con qualche morsetto ma poi all’improvviso sparisce con un guizzo.

Capiamo tutti che è molto probabile sia arrivato uno squalo più grosso. Ed in effetti non c’è bisogno di scrutare il mare a lungo quando un grosso bianco si mostra in tutta la sua imponenza. Nuota appena sotto la superficie dell’acqua e la presenza del plancton ci impedisce di identificarne bene la sagoma ma non la mole. Nuota lentamente accanto alla barca in uno spazio lattiginoso, la superficie del suo corpo è indefinita rispetto all’acqua che lo circonda al punto da sembrare una presenza eterea, quasi proveniente da un altro mondo. La testa è così grande da sembrare finto.“He’s the boss!” esclama Bob. Qua gli squali sono conosciuti per nome.

Attratto dalla testa di tonno la punta e riesce a morderla. Mark arriva in ritardo e cerca di strappargliela recuperando la cima ma lo squalo è ovviamente più forte ed infastidito da quella resistenza inattesa sbatte la coda contro la fiancata della barca sollevando uno spruzzo d’acqua che mette fuori uso la telecamera di Sara. L’impari battaglia dura pochissimo, lo squalo strappa la cima e si porta dietro il succulento trofeo lasciando il galleggiante giallo librarsi nell’aria. Non si allontana dalla barca, rimane appena sotto la superficie e di tanto in tanto scuote la testa da un lato all’altro.

A questo punto decidiamo di essere in buona compagnia, caliamo la gabbia.


Lo squalo bianco I: acrobata tra cielo e mare


La traversata è breve, 30 minuti nel buio pesto, quando di colpo il motore rallenta e tutti iniziamo a scrutare in attesa di segnali di predazione naturale.

Il mare è grigio, una distesa di piombo fuso e l’alba inizia a farsi strada nel buio affondandvi le lunghe dita di luce. Regnano la calma ed una leggera onda lunga, tipica dell’Oceano.

All’improvviso un grande spruzzo e l’acqua si tinge di rosso. La foca giace agonizzante, lo squalo si allontana e poi ritorna. Questa scena si sussegue per tre volte ma è troppo rapida, è ancora troppo buio ed è imprevedibile il punto in cui si verificherà quindi impossibile da fotografare. Tra me e me penso: “se continua così siamo messi male”.

Nel frattempo il sole inizia a sorgere, l’umidità ed il freddo della notte lasciano il posto ad un piacevole tepore e la luce diventa mia alleata. Bob tira fuori da un gavone un pezzo di moquette modellato a forma di foca; lo scopo è trascinarla sull’acqua con una lenza sperando che lo squalo possa scambiarla per una foca vera e fare il salto in cui speriamo tutti. Non ci vuole molto prima che il nostro amico venga a farci visita. Pochi minuti dopo, infatti, un bianco non grandissimo (all’anagrafe dei biologi Carcharodon carcharias) di circa tre metri esce completamente fuori dall’acqua con tutto il corpo. Il rapporto peso/potenza è evidentemente molto vantaggioso vista comunque la sua mole. Il corpo è inarcato dallo sforzo, si distinguono chiaramente la zona dorsale grigio scuro, la parte ventrale bianca e l’occhio nero. La moquette è stretta tra i denti e sembra rimanere sospeso in aria per dei secondi, poi ricade pesantemente sull’acqua mollandola e sparisce deluso nel blu. La scena è velocissima e sorprende tutti, la foto è inservibile, tagliata a metà. Gli sguardi si incrociano, Mark, Bob ed io ci guardiamo in un misto di delusione e stupore e  senza dire nulla ci prepariamo per il secondo tentativo.

Questa volta va decisamente meglio, dopo pochi secondi un possente corpo affusolato grigio e bianco emerge dall’acqua. Il salto si sviluppa parallelamente alla superficie e non in altezza forse per l’eccessiva mole dell’animale. Lo squalo agguanta la foca si avvita su se stesso ricadendo in acqua e sparisce. Stavolta i riflessi sono stati pronti e porto a casa un bel testone di squalo bianco in mezzo agli spruzzi. Sono contento! Anche Bob è soddisfatto e con il suo viso tondo, occhietti verdi e vispi ed un berretto di lana tirato sulla fronte mi sorride chiedendomi “Did you get him?” ed io gli rispondo “Oh yeah!”.

Sarebbe ora di andare ma lo skipper mi legge nel pensiero e vira di nuovo verso la costa mentre Mark prepara la foca di moquette per un ultimo tentativo. Dopo la virata il sole è di poppa, non proprio il massimo, ma ho appena il tempo di prendere posizione che uno squalo salta di nuovo abbandonando per qualche secondo il proprio mondo per sbirciare nel nostro. E’ abbastanza grande ma molto snello, agguanta la foca di moquette e si libra nell’aria per qualche istante mostrando il fianco prima che la forza di gravità lo risucchi a casa sua. In controluce, è quasi impossibile scorgere i diversi colori della pelle, solo una silhouette che si staglia nitida sull’azzurro del cielo. Ricade pesantemente facendo perdere le proprie tracce, quasi a volerci invitare a fare altrettanto ed infatti anche noi mettiamo la prua verso casa.

Sulla via del ritorno siamo tutti di buon umore e ci concediamo un panino commentando la bella giornata di mare. Quando ad un tratto i volti dell’equipaggio si contraggono nello sforzo di ascoltare un comunicato alla radio, sovrastata dal rumore del motore. Bob alza il braccio per invitarci al silenzio, poi s’incupisce all’improvviso. Mi avvicino per chiedere cosa fosse successo e Mark mi urla nell’orecchio che una barchetta di pescatori di 5 mt. si è capovolta.

Da queste parti a Seal Island in Sudafrica, in pieno luglio, l’acqua è a 14° ed è piuttosto mal frequentata: dei pescatori non si ebbe più notizia.