Crash dive!


“Le condizioni marine non sono buone, non si può andare a cercare gli squali (a 22 miglia nell’Oceano, ndr). Se volete facciamo una immersione nel canale tra Pico e Fajal.” dice Martin con un sadico sorrisetto.

Accettiamo tutti.Tempesta_Azzorre

Così, caricate le attrezzature e saliti a bordo, sotto un cielo grigio da tempesta perfetta, Justin guida il gommone verso l’uscita del porto. L’acqua sembra melassa, ma appena superiamo il fanale di segnalazione, vento e onde iniziano ad arrivare da tutte le parti. I fondelli delle bombole mettono a dura prova il pagliolato del gommone, le pinne fanno concorrenza ai pesci volanti e noi subacquei sembriamo turisti sul toro meccanico al Lunapark…yooooohooooo! Ecco cosa intendeva Martin con il suo sorriso sadico: il rock & roll era dietro l’angolo, ma noi di Stobenenelblu l’avevamo già capito!

Durante il breve tragitto penso a come indossare jacket e pinne senza finire fuori bordo, ma non mi viene in mente niente. Alla fine, in qualche modo, raccattiamo e indossiamo tutti i pezzi…

Ci buttiamo e pinneggiamo a capofitto verso il cappello della secca Baixa do Sul  a circa 7 metri per iniziare il solito giro a spirale intorno al pinnacolo, prima a scendere e poi a salire. La corrente si sente ed il moto ondoso pure. Le onde si avvertono fino ad una profondità pari a metà della loro lunghezza (d’onda appunto). Murene, scorfani ed altra fauna costiera più qualche barracuda sono stati gli avvistamenti, per il resto non mi ricordo quasi niente, intento com’ero, come la gran parte dei subacquei, ad arrampicarmi sugli scogli per contrastare la corrente ed evitare i vermocani (a migliaia sulle rocce della secca).

Dopo 45 minuti di immersione risalgo con un primo gruppetto, un tedesco a cui si è rotto il manometro finisce l’aria e si attacca alla guida.

In superficie è ancora peggio, mi tolgo il jacket e Justin lo salpa in un attimo.

Cicatrici di schiuma bianca contenevano i marosi che sovente si abbattevano sul fasciame (questa è un po’ alla Melville ma mi piaceva anche se fuori luogo…..anche perchè i gommoni non ce l’anno il fasciame!). Comunque… il beccheggio rende veramente impegnativa la salita a bordo, io ci riusco al terzo tentativo, Raffaele al secondo. In acqua una guida cerca invano di spingere verso l’alto una ragazza svizzera, senza troppi convenevoli le afferro l’avambraccio e l’incavo del ginocchio e la salpo sul tubolare. Arriva il mal di mare ma resisto. Dopo un po’ anche gli altri sono a bordo e Justin dirige alla massima velocità casa. Visto da fuori il gommone deve sembrare un sasso piatto lanciato da un ragazzino che rimbalza sull’acqua.

Superiamo il fanale e come per incanto torna la quiete. L’ormeggio è fluido, il gommone si muove preciso come se fosse su di un binario invisibile, nessuno parla. Lo stesso cielo grigio ci accompagna mentre trasportiamo le attrezzature verso il Cetacean Watching Azores per il rituale del risciacquo. E’ curioso vedere dei subacquei vestiti di tutto punto  fermi sulle strisce pedonali per raggiungere il diving.

E così, un po’ tuonati ma pieni di Oceano, il mio socio di mare Raffaele alias RockZen ed io ci incamminiamo sulla strada polverosa che percorriamo quasi ogni mattina. E che stavolta ci porterà verso il Baia Da Barca, dove a bordo piscina ci aspettano le nostre allegre famigliole.

Queste sono le Azzorre ragazzi!

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In apnea con i delfini


Qui alle Azzorre fare apnea con delfini ed altri cetacei, o semplicemente nuotare assieme a loro guardandoli con la maschera dalla superfice, è una realtà. Una bella realtà.

C’è di tutto: ci si può immergere con tursiopi, delfini comuni (che poi così comuni non sono), grampi, stenelle maculate e stenelle striate, tanto per citare i cetacei più frequenti. Se non fosse per una legge portoghese che esclude l’immersione con un tot di cetacei, legge che accetto ma che odio profondamente con tutto il mio essere, ci si potrebbe immergere anche con balene pilota e pseudorche (e anche con l’orca, visto che ogni tanto si fa vedere), animali considerati potenzialmente aggressivi. Ma tant’è, non capisco ma mi adeguo.

Per evitare di disturbarli, è vietato immergersi pure con i grandi cetacei (capodogli, balenottere azzurre e compagnia bella): si possono vedere dalla barca, anche da molto vicino, facendo whale watching. Però niente incontri subacquei a meno di non essere ricercatori o documentaristi. Anticipo che Aqua2O ed io stiamo lavorando su un progetto in tal senso…

Ma veniamo ai delfini. Dimenticate i telefilm melensi che guardavate da bambini, con i delfini in cattività, coccolosi e dalle pinne mosce: questi sono supervispi, fisicamente tosti e hanno carattere. Il che significa che se non hanno voglia di stare lì con voi se ne vanno. Sono animali dell’oceano, selvaggi e liberi – quanto di più invidiabile si possa per me desiderare essere

E’ divertentissimo. Si parte con il CW Azores su un gommone, armati di maschera, snorkel, muta e pinne. Si vola sull’oceano fino ad incontrare qualche branco di delfini. Attenzione, non è un incontro lasciato al caso: da terra, dalle postazioni un tempo utilizzate per avvistare le balene e segnalarle alle baleniere, ora operano avvistatori, molto più ecologici nello spirito, che indirizzano gli skipper in modo preciso. Poi ci si prepara, ci si avvicina al branco di cetacei e al segnale dello skipper si entra in acqua, due alla volta.

Ora siamo qui, proprio a qualche miglia da Pico, a ripetere quest’esperienza. Il mio compare Aqua2O ed io siamo prontissimi. Facciamo vari tentativi, tutti a vuoto, di entrare in acqua con un branco di grampi (cetaceo bellissimo – vedi foto), che dopo essersi lasciati avvicinare con la massima tranquillità in mattinata, oggi puntano il muso al largo ogni volta che il gommone si avvicina. Non hanno voglia. Poi incontriamo un branco di tursiopi. Sono grandi, massicci e quasi neri. Ok, ci accettano, riusciamo ad accostarci al branco. Bene, vediamo come se la cavano questi delfini delle Azzorre con l’apnea.

Mi ventilo mentre ci avviciniamo. Monopinna ai piedi, maschera, GoPro accesa…sì, respirone finale e…GO! giù subito nel blu! Ho provato quest’esperienza varie volte e ho ormai le mia tecnica un tantino elaborata, consigliatami da Michael Costa, lo skipper più skipper dell’isola di Pico, con queste esatte parole: “Tu che sei un apneista, vai giù, scendi ignorandoli ed esegui della capovolte, delle evoluzioni, nuota sott’acqua, ma fai finta di niente: vedrai che loro verranno da te”. (Un po’ come bisognerebbe comportarsi con le donne, no?)

E così faccio. E loro si avvicinano, vengono a curiosare, poi si allontanano, poi tornano ancora. Fanno dei suoni, che nel mio (miserabile) video si sentono. Provo anche ad imitarli, ma poi mi ricordo del detto milanese “panatè fa el to mestè”, sicché per evitare incomprensioni e gaffe linguistiche lascio perdere i tentativi di comunicazione.

Che altro dire? E’ bello, facile e coinvolgente. Se avete dei bambini che stanno bene in acqua portateceli, se potete, probabilmente gli cambierete per sempre la vita. In meglio. E se non li avete, andateci voi: è un grosso regalo, un’esperienza che va dritta al midollo spinale.


Principessa Alice fammi sognare


Principessa Alice: vent’anni, occhi verdi, gnocca, residente su una torre altissima, in attesa di essere liberata.

E’ questo che vi aspettate?

E invece no: Principessa Alice (o Princess Alice per le carte nautiche internazionali) è un “banco”, una vasta altura sottomarina che si erge da un fondale distante migliaia di metri per arrivare fino a circa 30 metri dalla superficie, a 50 miglia nautiche dalle Isole Azzorre.

Come una vera principessa, sa farsi desiderare: per raggiungere Princess Alice occorrono due ore abbondanti di navigazione in pieno Oceano Atlantico, non sempre gentile verso i Sapiens Sapiens. Non raccontiamoci frottole: anche se gli amici del Cetacean Whaling Azores fanno il possibile per rendere il più confortevole possibile la navigazione (che è super-professionale, con tanto di pic-nic a bordo compreso), arrivarci non è comunque una passeggiata.

Ma poi, ne vale la pena? Eccome. Perché, come un’avvenente pricipessa in carne ed ossa, anche questa particolarissima principessa offre molto a chi si mostra capace di raggiungerla: è il mare delle meraviglie.
Qui, nel mezzo del nulla, dove la terraferma è solo un ricordo, l’oceano pullula letteralmente di mobule (la mobula è la parente più piccola della manta; stiamo comunque parlando di pesci con un’apertura alare tra i 2 e i 3 metri).

Le mobule si assembrano qui a decine e decine, non si sa esattamente perché, se per riprodursi, o perché è una “cleaning station”, un luogo dove trovano altri pesci pronti a liberarli dai parassiti, o forse perché è semplicemente un posto ricco di nutrienti. Fatto sta che lo spettacolo delle mobule di Princess Alice è unico: guardate questo video fatto con la mia videocamera d’assalto, la GoPro, e vi farete un’idea.
Veleggiando come aquile nelle acque sovrastanti la montagna sottomarina, le mobule accolgono i naviganti e i subacquei in superficie: grandi macchie color nocciola che vagano appena sotto il pelo dell’acqua.
Non appena t’immergi, le mobule ti raggiungono come un grande stormo di alieni subacquei, ti circondano, volteggiando in circolo intorno a te, sempre più vicine, anche a 30 cm dalla maschera. Uno spettacolo naturale incredibile.
Va peraltro detto detto che in queste acque si può incontrare di tutto: ogni genere di cetaceo e pesce pelagico, squali inclusi. Oltre a mako e verdesche, qui intorno alle Azzorre girano anche varie specie di squalo martello. E ogni tanto avvistano pure il bianco.
Nell’ultima immersione, tanto per dire, oltre a decine di mobule, ho visto una grande manta (Manta Birostris, la cugina più cresciutella), un branco di carangidi, qualche tonno e un gruppo di wahoo. Non male la principessa, no?


Colazione con lo squalo blu: la verdesca


“Anyway, you are in the open ocean with wild animals, use your common sense”.

Così Martin, la nostra guida del C.W. Azores, chiude il briefing che prelude l’immersione alla ricerca di squali mako e verdesche. E poi via, si parte di mattina presto, direzione Banco do Condor, 22 miglia marine da Pico, isole Azzorre. Siamo in perfetto orario per portar la colazione agli squali: teste mezze marce di tonno e pesce serra, zuppa putrescente di interiora e sangue di pesce azzurro assortito. Ognuno ha i propri gusti, ok?.
Giornata fantastica, sole caldo e mare calmo. La Ginjinha (liquirino portoghese alle amarene) della sera precedente sembrerebbe completamente smaltita e la navigazione passa alla grande. Incontriamo anche un branco di delfini comuni e uno di stenelle maculate, roba che ti mette sempre di buon umore.
Una volta sul Banco di Condor, la prima verdesca arriva pochi minuti dopo l’inizio del rito della pasturazione. E’ un maschio adulto di dimensione seria, che punta deciso la testa di pesce serra lasciata a profumare le acque dell’Atlantico: la verdesca cerca d’azzannare ripetutamente il boccone, aggressiva. Alla fine ce la fa, la strappa dalla cima dopo una lotta senza storia con Martin, il divemaster under 25 più tosto delle Azzorre. Mi piace vedere quello squalo testardo che se la fila tutto contento con la testa di pesce tra i denti.

Peccato che poi non si veda più manco l’ombra di uno squalo per un bel po’… Dopo un’ora passata a dormicchiare sdraiati sui tubolari del gommone, nell’arco di i pochi secondi arriva un gruppetto di verdesche: e allora vai, sveglia! tutti in acqua!
Immersi nel blu. E’ il solito ipnotico spettacolo di eleganza: attenzione, dà completa assuefazione. Ci sono cinque belle verdesche, squali blu di lunghezza compresa tra i 2 e i 3 metri, che nuotano con noncuranza in mezzo a noi, gli alieni sgraziati giunti nel loro mondo pelagico.


In questo video la mia imperizia con la videocamerina GoPro nuova fiammante non rende giustizia a queste creature del blu profondo: nessuna videocamera, figuriamoci la mia, registra appieno il blu iridescente dei loro dorsi, che sotto il sole vira al verde smeraldo.

Questi sono i figli dell’oceano.


Azores, Ilha Negra, luglio 2012


Toh, Alfonso, guarda: abbiamo un blog!
Quasi ce ne dimenticavamo…

Ora, tornato alle mie amate Azzorre, a questi grumi di lava nel mezzo dell’Oceano Atlantico, torno anche al blog, ultimamente un po’ trascurato.

Ed eccomi ancora qui, sull’Ilha Negra, come i nativi chiamano l’isola di Pico, a fare immersioni in cerca di squali, cetacei, mante e quant’altro il selvaggio Oceano Atlantico ci vorrà regalare, in compagnia del mio amico Alfonso (alias Aqua2O), un altro matto come me. Materiale per il blog ne verrà fuori senz’altro.

Amo queste isole nere coperte di verde e circondate dal blu. Sento che un giorno verrò a vivere qui, dove sento più intenso il mio legame di sangue con l’oceano.


A casa di squali mako e verdesche


Qua stiamo parlando di immersioni oceaniche allo stato puro: squali mako e verdesche si trovano al largo delle isole Pico e Fajal, a circa un’ora di navigazione a velocità sostenuta dal porto di Madalena, la base del nostro diving, il CW Azores, a Pico. Isola che già di suo è nel bel mezzo dell’Atlantico.

Qui il blu non manca di certo. Ci si immerge su un pianoro che sale a 200-240 metri di profondità, da una base ben più fonda. Si arriva col gommone e subito si pastura. Ma parsimoniosamente: giusto qualche pezzo di pesce in un sacco traforato, con il condimento di una maleodorante zuppa di sangue, olio di pesce, acqua marina e interiora rigonfie che Martin, la nostra guida, strizza e dispensa con flemma olandese (e un certo gusto dell’orrido tipico dei vent’anni…). In termini di cibo, comunque, è poca roba rispetto alla massiccia pasturazione (“chumming”) vista fare altrove. Si vede che questi squali pelagici sono esseri frugali.

Siamo fortunati, dopo neanche dieci minuti arrivano le prime verdesche: eleganti fantasmi blu di due metri che iniziano a girare intorno alla barca. Quando il sole ne illumina il dorso, la pelle sembra cangiante e vira dall’azzurro intenso al verde e poi di nuovo azzurro. Ci si veste al volo con ovvia eccitazione e poi spluff! finalmente nel blu. Le verdesche arrivano dal basso con il loro nuoto sinuoso, sembrano materializzarsi dal nulla, il colore del dorso che si confonde con il mare. Mica per niente in inglese la verdesca si chiama “Blue shark”, squalo blu. Le verdesche si avvicinano molto, ti sfiorano con il muso e il corpo sottile, guardandoti con i loro occhioni un po’ acquosi e poi scivolano via alla ricerca di qualche frammento di pesce. Uno spettacolo ipnotico. Sono bellissime: verrebbe da portarsene una a casa, come cucciolotto domestico (peccato che sia un animale un po’ difficile da tenere in appartamento a Milano, in effetti).

All’improvviso con la coda dell’occhio vedo un missile argenteo che mi arriva alle spalle e mi supera. Mako! Mako! Mako! Due metri e mezzo abbondanti di squalo muscoloso, il nuoto veloce, vibrante, nervoso. Punta con insistenza al sacchetto di rete con dentro il pesce: sacchetto che gli viene puntualmente sfilato da sotto il muso dall’esperto skipper. Il mako nuota sicuro in mezzo a noi, l’occhio nero e i denti sporgenti che, quando viene dritto verso di te, ti fanno pensare per un momento “Opporcavacca”. Poi lui gira ad angolo retto, giusto una spanna davanti alla maschera. E in definitiva si fa gli affari suoi. Così per quasi un’ora  – credetemi, un’ora da sballo. Ma le immagini possono valere più delle parole. Queste le ha girate il mio compagno d’immersioni Pierre Couillaud, un ragazzo parigino con la stessa strana malattia per gli squali che mi ritrovo addosso io e con il quale ho condiviso questa esperienza.