Principessa Alice fammi sognare


Principessa Alice: vent’anni, occhi verdi, gnocca, residente su una torre altissima, in attesa di essere liberata.

E’ questo che vi aspettate?

E invece no: Principessa Alice (o Princess Alice per le carte nautiche internazionali) è un “banco”, una vasta altura sottomarina che si erge da un fondale distante migliaia di metri per arrivare fino a circa 30 metri dalla superficie, a 50 miglia nautiche dalle Isole Azzorre.

Come una vera principessa, sa farsi desiderare: per raggiungere Princess Alice occorrono due ore abbondanti di navigazione in pieno Oceano Atlantico, non sempre gentile verso i Sapiens Sapiens. Non raccontiamoci frottole: anche se gli amici del Cetacean Whaling Azores fanno il possibile per rendere il più confortevole possibile la navigazione (che è super-professionale, con tanto di pic-nic a bordo compreso), arrivarci non è comunque una passeggiata.

Ma poi, ne vale la pena? Eccome. Perché, come un’avvenente pricipessa in carne ed ossa, anche questa particolarissima principessa offre molto a chi si mostra capace di raggiungerla: è il mare delle meraviglie.
Qui, nel mezzo del nulla, dove la terraferma è solo un ricordo, l’oceano pullula letteralmente di mobule (la mobula è la parente più piccola della manta; stiamo comunque parlando di pesci con un’apertura alare tra i 2 e i 3 metri).

Le mobule si assembrano qui a decine e decine, non si sa esattamente perché, se per riprodursi, o perché è una “cleaning station”, un luogo dove trovano altri pesci pronti a liberarli dai parassiti, o forse perché è semplicemente un posto ricco di nutrienti. Fatto sta che lo spettacolo delle mobule di Princess Alice è unico: guardate questo video fatto con la mia videocamera d’assalto, la GoPro, e vi farete un’idea.
Veleggiando come aquile nelle acque sovrastanti la montagna sottomarina, le mobule accolgono i naviganti e i subacquei in superficie: grandi macchie color nocciola che vagano appena sotto il pelo dell’acqua.
Non appena t’immergi, le mobule ti raggiungono come un grande stormo di alieni subacquei, ti circondano, volteggiando in circolo intorno a te, sempre più vicine, anche a 30 cm dalla maschera. Uno spettacolo naturale incredibile.
Va peraltro detto detto che in queste acque si può incontrare di tutto: ogni genere di cetaceo e pesce pelagico, squali inclusi. Oltre a mako e verdesche, qui intorno alle Azzorre girano anche varie specie di squalo martello. E ogni tanto avvistano pure il bianco.
Nell’ultima immersione, tanto per dire, oltre a decine di mobule, ho visto una grande manta (Manta Birostris, la cugina più cresciutella), un branco di carangidi, qualche tonno e un gruppo di wahoo. Non male la principessa, no?

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Colazione con lo squalo blu: la verdesca


“Anyway, you are in the open ocean with wild animals, use your common sense”.

Così Martin, la nostra guida del C.W. Azores, chiude il briefing che prelude l’immersione alla ricerca di squali mako e verdesche. E poi via, si parte di mattina presto, direzione Banco do Condor, 22 miglia marine da Pico, isole Azzorre. Siamo in perfetto orario per portar la colazione agli squali: teste mezze marce di tonno e pesce serra, zuppa putrescente di interiora e sangue di pesce azzurro assortito. Ognuno ha i propri gusti, ok?.
Giornata fantastica, sole caldo e mare calmo. La Ginjinha (liquirino portoghese alle amarene) della sera precedente sembrerebbe completamente smaltita e la navigazione passa alla grande. Incontriamo anche un branco di delfini comuni e uno di stenelle maculate, roba che ti mette sempre di buon umore.
Una volta sul Banco di Condor, la prima verdesca arriva pochi minuti dopo l’inizio del rito della pasturazione. E’ un maschio adulto di dimensione seria, che punta deciso la testa di pesce serra lasciata a profumare le acque dell’Atlantico: la verdesca cerca d’azzannare ripetutamente il boccone, aggressiva. Alla fine ce la fa, la strappa dalla cima dopo una lotta senza storia con Martin, il divemaster under 25 più tosto delle Azzorre. Mi piace vedere quello squalo testardo che se la fila tutto contento con la testa di pesce tra i denti.

Peccato che poi non si veda più manco l’ombra di uno squalo per un bel po’… Dopo un’ora passata a dormicchiare sdraiati sui tubolari del gommone, nell’arco di i pochi secondi arriva un gruppetto di verdesche: e allora vai, sveglia! tutti in acqua!
Immersi nel blu. E’ il solito ipnotico spettacolo di eleganza: attenzione, dà completa assuefazione. Ci sono cinque belle verdesche, squali blu di lunghezza compresa tra i 2 e i 3 metri, che nuotano con noncuranza in mezzo a noi, gli alieni sgraziati giunti nel loro mondo pelagico.


In questo video la mia imperizia con la videocamerina GoPro nuova fiammante non rende giustizia a queste creature del blu profondo: nessuna videocamera, figuriamoci la mia, registra appieno il blu iridescente dei loro dorsi, che sotto il sole vira al verde smeraldo.

Questi sono i figli dell’oceano.


Il sorriso dello squalo zambesi


Ultimo giorno in Oman. Il classico velo di tristezza su tutto, anche se la luce è già vivida e il cielo è limpido in questo inizio di mattinata.

Noi, la famiglia Zen, siamo lì a bighellonare nei pressi del bagnasciuga.

Sono contento: mio figlio Marco ha familiarizzato in acqua con qualche piccolo esemplare di squalo pinna nera spintosi fin quasi sul bagnasciuga per papparsi un grosso cefalo. Il cefalone è stato ferito da uno squalo ed è finito sulla spiaggia. Prontamente raccolto e ributtato in acqua da Elisabetta, ha attirato nuovamente gli squalotti che già lo avevano cacciato. Vedere mio figlio che in acqua nuota dietro gli squalotti mi fa pensare che forse avremo un futuro in mare insieme…

Decido di dedicare una porzione significativa della mattinata ai “miei” squali pinna nera che vivono all’imbocco del fiordo (leggi). Mi ci sono affezionato. Forse si tratta di una popolazione stanziale: tutti i giorni sono andato a trovarli e li ho quasi sempre avvistati, anche se in alcune occasioni erano un gruppetto sparuto.

Vado nel solito posto e dopo una tranquilla ventilazione mi apposto in apnea sul fondo. Poco dopo arrivano. Sono in numero maggiore delle altre volte. Davvero tanti, una ventina. E ci sono molti esemplari grossi, lunghi oltre due metri. La maggior parte sono maschi, mentre solitamente predominavano  le femmine. Mi domando se si tratti della stessa popolazione osservata tutti i giorni nelle due settimane passate lì. Penso di no. In mezzo agli squali che mi ruotano intorno, compare un’aquila di mare, anche lei curiosa, poi un’altra subito dietro.

Che giornata! Riemergo. Recupero. Mi preparo. Respirone. Scendo. Mi apposto dietro la solita roccia. Gli squali pinna nera sono subito pronti a fare carosello. Mi godo quella vista privilegiata: una popolazione ampia e di grandi dimensioni di squali pinna nera, poco diffidenti, un esemplare dietro l’altro che mi sfila davanti, di lato, dietro (ehh ogni tanto un’occhiata dietro la dò, alla fine sono dei predatori, non si sa mai).

Giro lo sguardo verso destra e lo vedo: grosso, corpulento, colorazione scura, è un grosso squalo zambesi, nessun dubbio. E’ ancora lontano, ai limiti della visibilità, che oggi è miracolosamente di 15-20 venti metri. La mia apnea si fa meno rilassata. Stimo che lo squalone sia sui tre metri. E nuota dritto verso di me, senza esitazioni.

Si avvicina. Distinguo bene il muso da cattivo. La massa del corpo è veramente notevole. Mi domando se devo preoccuparmi. E mi rispondo che devo stare tranquillo, come sempre.  Mai avuto problemi con gli squali? Naaahhh! Ma il bestione si avvicina ancora, in un attimo arriva a venti centimetri da me, davanti alla maschera: porca vacca che sorriso!!! Ho un sussulto. Del tutto involontario, perché vorrei essere tranquillo, ma non lo sono mica tanto. Al mio brusco scatto di nervi lo squalo reagisce come se fosse stato colpito da una scarica elettrica: inverte letteralmente la rotta e se ne va da dove era venuto, a velocità sostenuta.

Sono basito. Faccia a faccia con uno zambesi, che se l’è filata al primo imprevisto! Risalgo dall’apnea lunghissima. Recupero respirando dallo snorkel, fatico a trovare qualla condizione di pace mentale che prelude a buone apnee. Battito del cuore accelerato, sono un po’ ansioso e guardo di continuo il fondale, in tutte le direzioni. Urca, uno zambesi grossissimo! Non sono tranquillo. Va bene avere confidenza con gli squali, va bene stare più a mio agio sott’acqua che fuori, ma quello era pur sempre un grosso squalo zambesi, probabilmente più confuso di me… insomma… Ritorno sott’acqua per vedere se torna. Niente: arrivano i pinna nera, ma dello zambesi nessuna traccia. Mi sposto, riprovo: ancora niente. Dopo una decina di minuti, decido di andarmene: magia finita.


Non comportatevi da prede: faccia a faccia con lo squalo tigre


I sub osservano perplessi Walter Bernardis mentre esordisce raccomandando: “Don’t behave like a pray” – “Non comportatevi come prede”.

E’ il briefing, stiamo per entrare nelle acque sudafricane dell’Oceano Indiano nella speranza di incontrare qualche squalo tigre.

Sono oltre dieci anni che Walter, fondatore e boss di African Watersports,  si immerge con i tigre, rigorosamente senza gabbia. Ha ormai le idee chiare: “Lo squalo tigre cerca di collocarvi sulla SUA scala di valutazione: ad un estremo c’è il predatore, all’altro la preda. Se vi identificherà come predatore, scapperà. E non è quello che vogliamo. Se invece vi identificherà come preda, vi attaccherà. Quindi voi dovete confonderlo, stando verticali in acqua e producendo bolle, così lui vi gira intorno per capire cosa siete. In questo modo possiamo osservarlo per bene. Non perdetelo mai di vista: se si avvicina di soppiatto alle spalle può diventare pericoloso. Se si avvicina troppo, urlate nell’erogatore, e vedrete che lui si allontanerà”.

A questo punto, noto perplessità sui volti di noi sub: forse ci domandiamo tutti cosa ci facciamo lì, qualche miglia al largo della costa di Kwazulu Natal, con mare formato e sanguinolente e maleodoranti carcasse di tonno e ricciola appese fuori dalla barca ad attrarre squali.

Arrivare qui non è stato banale: sveglia alle 5, gommonata di mezz’ora con partenza rocambolesca dal delta del fiume; è il famoso “boat launch” con il gommone che prende velocità nelle acque del fiume e supera di slancio i cavalloni oceanici, tra gran salti. Un’esperienza…

Ora si vedono molti dorsi e pinne di squalo fendere le onde, nervosamente: lì sotto c’è un bel movimento, niente da dire…

Anche io e la consorte Villa ci domandiamo se sia proprio un’idea brillante quella di buttarsi lì in mezzo a quell’orda di squali, senza gabbia. Io amo gli squali, ho fatto una montagna di immersioni con squali di ogni genere, però l’istinto atavico tira dall’altra parte. Ma ci fidiamo di Walter e della sua esperienza. Del resto, ci siamo sparati 26 ore di aereo apposta per essere qui, ora.

Bombole in spalla, controllo finale dell’attrezzatura, mente concentrata e via, in acqua!

Praticamente atterro sulla schiena di uno squalo pinna nera oceanico, un carcharhinus limbatus: sono ovunque, ce ne saranno 60, 80, forse di più, chi può dirlo. Ci urtano, ci passano tra le gambe. Bestie irruenti di due metri e mezzo, fa un po’ impressione trovarseli addosso; eppure è evidente che ci ignorano: pensano solo alla pastura, girano veloci alla ricerca di brandelli di pesce. In mezzo, più guardingo, c’è anche qualche “dusky”, lo squalo bruno (carcharinus obscurus).

Noi ci mettiamo in posizione, a qualche metro dall’esca principale: un grosso cestello di lavatrice, stipatissimo di sarde congelate e mantenuto ad una decina di metri di profondità da una grossa boa. L’acqua oggi è limpida e il carosello di squali è spettacolare. Ma siamo tutti in attesa dell’attore principale.

Ed eccolo: lo squalo tigre. Nuota lento, sinuoso, è un animale di quattro metri e passa. Si avvicina guardingo al cestello ricolmo di pesce. Ci gira intorno un po’ di volte prima di decidersi a dare un morso. Quando lo fa, ammacca il cestello: una forza della natura.

Dopo un po’ arrivano altri due tigre. Passano sornioni tra i subacquei, con aria curiosa e apparentemente svogliata. A un certo punto un tigre mi punta contro, nuotando molto lentamente: io mi impongo di stare bello tranquillo… ora gira…gira… ma quando il tigre è a 30 centimetri dalla mia faccia (sic) ritengo che sia il caso di seguire le istruzioni di Walter: pianto un urlaccio nel boccaglio dell’erogatore. E, senza perdere la calma, lo squalo vira leggermente, mantenendo il suo sguardo su di me, con un espressione che sembra dire: “Questo qua è completamente fuori di testa”.

Dopo oltre un’ora, a guardare e riguardare, le bombole sono belle vuote e tocca tornare a galla. Siamo tutti euforici per l’eccezionale spettacolo (e per non essere stati catalogati come “preda” dal tigrone…). Si torna a terra ebbri di immagini mentali. Ora i pensieri sono  solo alla prossima immersione con i “tigers”. E al leggendario BBQ sudafricano di Walter…


Oceani più poveri senza gli squali


Una bella infografica che mostra il dramma di questi animali bellissimi, ben avviati sul cammino dell’estinzione – chi legge il nostro blog sa quanto magnifici siano questi animali. Il cattivo stato di conservazione di molte specie di squalo dipende dal finning, la pratica inumana di taglio delle pinne di squalo (per preparare l’insulsa zuppa di pinne di pescecane), oltre che dalla pesca indiscriminata e non selettiva, dal cattivo stato in cui versano molte acque e, in definitiva, della scarsa informazione sul tema. Informatevi . date una mano a difendere gli squali. Aiutate Sea Shepeherd, loro proteggono (sul serio) squali, cetacei e gli oceani in generale: donategli qualcosa, comprate le loro magliette e i cappellini, aiutateli! Noi lo facciamo!

In definitiva, è una lunga storia di incomprensione e stupidità umana quella che caratterizza la convivenza tra sapiens sapiens e squali. Noi di Stobenenelblu di squali ne abbiamo visti a bizzeffe, di ogni tipo e in ogni oceano, in apnea e con le bombole, e non abbiamo mai avuto problemi, mai un’aggressione – personalmente ho molti più problemi con le auto, girando in scooter in città…


Sua maestà lo squalo pinna bianca oceanico – atto 1


Non è ancora il tramonto quando arriviamo a Elphinston. Solita sarabanda della shamandura, ma alla fine attracchiamo a Punta Sud. Siamo una delle due barche da crociera (subacquea of course!) ancorate al mitico reef pelagico. Uau. Le onde corte e nervose del Mar Rosso egiziano biancheggiano come una corona intorno all’atollo corallino. Appena più all’esterno il mare diventa subito blu. Intensamente blu. Un blu promettente…

Infatti. Dopo pochi minuti, intorno alla barca appare un Carcharinus Longimanus di quasi quattro metri. Comincia a fare “passaggi” sotto ed intorno alla barca. Con Elisabetta, Sara, ed Alfonso ci guardiamo: un Longimanus!  Enorme! Come intuibile, Alfonso ed io siamo eccitatissimi. Le scimmiette nelle nostre testoline corrose dal sale saltano impazzite.

E’ tardi per un’immersione. Ma io sento che devo fare QUALCOSA. C’è un longimanus lì sotto, io sono sulla barca e non va bene, devo fare qualcosa, me lo dice la scimmietta più schizzata. So che è uno squalo pelagico con una bruttissima fama, e inoltre siamo ormai al tramonto, non è certo l’orario più indicato per un faccia a faccia con un simile bestione.  Ma io voglio entrare in acqua. Devo vederlo da vicino. Voglio il contatto. Lo dico ad Alfonso: lo conosco,  già si immagina delle bellissime fotografie. Tuttavia non è convinto. Ne parlo con le due guide. Susanna, una ragazza sarda tosta come il granito di Capo Testa è tiepidina circa l’dea di entrare in acqua. Tortsten, la guida tedesca fino al midollo, è contrario – ma va? chi se lo sarebbe mai aspettato da un tedesco?

Alla fine prendo una decisione: W gli squali, sento che andrà tutto bene, me ne catafotto del tedesco e di Susanna e di tutti. Alfonso è sopraffatto dalla ragione e rinuncia. Ma, glielo leggo in faccia, si è istantaneamente pentito della sua decisione di non scendere in acqua. Prendo maschera e snorkel e mi calo lungo la scaletta di poppa. Mi aggancio con un piede ad un gradino in alluminio della scaletta e mi allungo nella corrente. Che è forte come quella di un fiume in piena, una massa d’acqua che viaggia a svariati nodi all’ora. Se il piede scappa sono guai.

La visibilità è eccezionale. Mi guardo intorno con un po’ in apprensione… Poi lo vedo, sulla destra, ad una quindicina di metri di distanza. Le grandi pinne pettorali distese, con le macchie bianche che si stagliano sul corpo nocciola. Nuota apparentemente senza sforzo, attorniato da alcuni pesci pilota, è un autentico feudatario del mare.

Passa lontano, guardingo, e poi sparisce nel blu. Mi guardo dietro le spalle, di lato, nervoso.  E compare ad un paio di metri da me, arrivando da dietro, alla mia destra. Questa volta mi sfila davanti a pochi centimetri. E’ bellissimo. Un grande squalo del blu dal nuoto regale. Scompare ancora una volta dal mio campo visivo. Poi lo vedo di nuovo… ma… no! è più piccolo… È un altro! Sono DUE Longimanus! Questo è più piccolino, meno di due metri. Ma ugualmente elegante.

Me ne sto lì un bel po’, gongolando a vederli passare avanti indietro. Questi sono gli spettacoli che preferisco.

Quando esco, a parte qualche sguardo di riprovazione, capisco di aver creato un precedente: il Longimanus è entrato nelle fantasie subacquee di tutti gli ospiti di bordo (non dell’equipaggio egiziano, che manifesta un autentico terrore nei confronti del grande squalo). E infatti iniziano le pianificazioni per l’immersione delle 6.30 del mattino successivo – i pensieri nell’aria sintetizzabili più o meno così “Chissenefrega del plateau sommerso, del pesce napoleone e dell’arco con la ridicola tomba dell’elfo a -55, vogliamo vedere i Longimanus!”. E’ previsto un giorno e mezzo qui a Elphinstone: non ci sarà spazio per la noia…


Lo squalo bianco 2: l’attesa


Terminati i 3 tentativi di adescamento degli squali con foca di moquette (di più non se ne fanno per evitare di influire in maniera permanente sul loro comportamento) passiamo all’immersione in gabbia. Nulla di ciò che si vede nei documentari come gabbie in alluminio che si adagiano sul fondo,  semplicemente un cilindro artigianale con anima in acciaio ricoperta da rete metallica: sulla parte superiore sono fissati dei parabordi, un portello per consentire l’ingresso ed una cima di ormeggio per grosse navi a tenerla vincolata alla barca. A metà altezza della gabbia, un‘apertura per consentire le foto.

Mark, ex broker della city londinese che ha deciso di cambiare vita, inizia a pasturare o meglio infila in acqua un sacco di juta pieno di alici che iniziano così a rilasciare il loro profumino e poi lancia in acqua una testa di tonno vincolata alla barca da una cimetta. Bob nel frattempo tira fuori da un gavone un enorme bastone di 15 cm di diametro con il quale inizia a percuotere il fondo della barca (che spero resista…!!). Pare che queste siano condizioni irresistibili per uno squalo ed effettivamente non rimaniamo soli a lungo.

Il primo ad arrivare è un piccolo bianco che si avventa ingenuamente sulla testa di tonno, ruota su se stesso mostrando metà testa fuori dall’acqua e spalanca la bocca, Mark è però più lesto a recuperare la cima e a rigettare in mare l’esca non appena il selace perde interesse. Il suo occhio è perfettamente tondo e nero. Quando si “sporgono” fuori dall’acqua questi squali protrudono il bulbo oculare in modo da variare l’angolo di incidenza della luce sulla retina. Il loro occhio è infatti progettato per vedere in acqua che è più densa dell’aria, ma in questo modo ci vedono abbastanza bene anche fuori. Anche la rotazione del corpo non è casuale (quasi nulla in natura lo è): avendo la mandibola più arretrata rispetto alla mascella hanno due soli modi per mordere, dal basso verso l’alto, oppure se sono sullo stesso piano della preda devono ruotare su loro stessi. Bene! ora che la lezione di Quark dei poveri è terminata, torniamo al nostro “piccolo amico” il quale deluso dal tentativo andato a vuoto descrive una circonferenza ispezionando i fuoribordo della barca con qualche morsetto ma poi all’improvviso sparisce con un guizzo.

Capiamo tutti che è molto probabile sia arrivato uno squalo più grosso. Ed in effetti non c’è bisogno di scrutare il mare a lungo quando un grosso bianco si mostra in tutta la sua imponenza. Nuota appena sotto la superficie dell’acqua e la presenza del plancton ci impedisce di identificarne bene la sagoma ma non la mole. Nuota lentamente accanto alla barca in uno spazio lattiginoso, la superficie del suo corpo è indefinita rispetto all’acqua che lo circonda al punto da sembrare una presenza eterea, quasi proveniente da un altro mondo. La testa è così grande da sembrare finto.“He’s the boss!” esclama Bob. Qua gli squali sono conosciuti per nome.

Attratto dalla testa di tonno la punta e riesce a morderla. Mark arriva in ritardo e cerca di strappargliela recuperando la cima ma lo squalo è ovviamente più forte ed infastidito da quella resistenza inattesa sbatte la coda contro la fiancata della barca sollevando uno spruzzo d’acqua che mette fuori uso la telecamera di Sara. L’impari battaglia dura pochissimo, lo squalo strappa la cima e si porta dietro il succulento trofeo lasciando il galleggiante giallo librarsi nell’aria. Non si allontana dalla barca, rimane appena sotto la superficie e di tanto in tanto scuote la testa da un lato all’altro.

A questo punto decidiamo di essere in buona compagnia, caliamo la gabbia.