Sua maestà lo squalo pinna bianca oceanico – atto 1


Non è ancora il tramonto quando arriviamo a Elphinston. Solita sarabanda della shamandura, ma alla fine attracchiamo a Punta Sud. Siamo una delle due barche da crociera (subacquea of course!) ancorate al mitico reef pelagico. Uau. Le onde corte e nervose del Mar Rosso egiziano biancheggiano come una corona intorno all’atollo corallino. Appena più all’esterno il mare diventa subito blu. Intensamente blu. Un blu promettente…

Infatti. Dopo pochi minuti, intorno alla barca appare un Carcharinus Longimanus di quasi quattro metri. Comincia a fare “passaggi” sotto ed intorno alla barca. Con Elisabetta, Sara, ed Alfonso ci guardiamo: un Longimanus!  Enorme! Come intuibile, Alfonso ed io siamo eccitatissimi. Le scimmiette nelle nostre testoline corrose dal sale saltano impazzite.

E’ tardi per un’immersione. Ma io sento che devo fare QUALCOSA. C’è un longimanus lì sotto, io sono sulla barca e non va bene, devo fare qualcosa, me lo dice la scimmietta più schizzata. So che è uno squalo pelagico con una bruttissima fama, e inoltre siamo ormai al tramonto, non è certo l’orario più indicato per un faccia a faccia con un simile bestione.  Ma io voglio entrare in acqua. Devo vederlo da vicino. Voglio il contatto. Lo dico ad Alfonso: lo conosco,  già si immagina delle bellissime fotografie. Tuttavia non è convinto. Ne parlo con le due guide. Susanna, una ragazza sarda tosta come il granito di Capo Testa è tiepidina circa l’dea di entrare in acqua. Tortsten, la guida tedesca fino al midollo, è contrario – ma va? chi se lo sarebbe mai aspettato da un tedesco?

Alla fine prendo una decisione: W gli squali, sento che andrà tutto bene, me ne catafotto del tedesco e di Susanna e di tutti. Alfonso è sopraffatto dalla ragione e rinuncia. Ma, glielo leggo in faccia, si è istantaneamente pentito della sua decisione di non scendere in acqua. Prendo maschera e snorkel e mi calo lungo la scaletta di poppa. Mi aggancio con un piede ad un gradino in alluminio della scaletta e mi allungo nella corrente. Che è forte come quella di un fiume in piena, una massa d’acqua che viaggia a svariati nodi all’ora. Se il piede scappa sono guai.

La visibilità è eccezionale. Mi guardo intorno con un po’ in apprensione… Poi lo vedo, sulla destra, ad una quindicina di metri di distanza. Le grandi pinne pettorali distese, con le macchie bianche che si stagliano sul corpo nocciola. Nuota apparentemente senza sforzo, attorniato da alcuni pesci pilota, è un autentico feudatario del mare.

Passa lontano, guardingo, e poi sparisce nel blu. Mi guardo dietro le spalle, di lato, nervoso.  E compare ad un paio di metri da me, arrivando da dietro, alla mia destra. Questa volta mi sfila davanti a pochi centimetri. E’ bellissimo. Un grande squalo del blu dal nuoto regale. Scompare ancora una volta dal mio campo visivo. Poi lo vedo di nuovo… ma… no! è più piccolo… È un altro! Sono DUE Longimanus! Questo è più piccolino, meno di due metri. Ma ugualmente elegante.

Me ne sto lì un bel po’, gongolando a vederli passare avanti indietro. Questi sono gli spettacoli che preferisco.

Quando esco, a parte qualche sguardo di riprovazione, capisco di aver creato un precedente: il Longimanus è entrato nelle fantasie subacquee di tutti gli ospiti di bordo (non dell’equipaggio egiziano, che manifesta un autentico terrore nei confronti del grande squalo). E infatti iniziano le pianificazioni per l’immersione delle 6.30 del mattino successivo – i pensieri nell’aria sintetizzabili più o meno così “Chissenefrega del plateau sommerso, del pesce napoleone e dell’arco con la ridicola tomba dell’elfo a -55, vogliamo vedere i Longimanus!”. E’ previsto un giorno e mezzo qui a Elphinstone: non ci sarà spazio per la noia…


La balena e l’infradito


Eravamo andati fin laggiù per vedere le balene, ma non abbiamo visto nulla. Non lo sapevamo ovviamente, altrimenti non ci saremmo andati. Erano passate da poco, nel mare grigio con la nebbia, dirette nell’Artico per la stagione dei banchetti e delle abbuffate, dopo aver bighellonato e fatto orge nelle calde acque delle Hawaii. Eh le balene se la godono.

Sul gommone da 10 posti bardati come astronauti abbiamo pattugliato le acque del sound invano: qualche gabbiamo ed una sola coda. Doveva essere una balena vecchia o malata, in netto ritardo sulle sue compagne. Probabilmente non si sarebbe più spostata dal Sound facendone la propria casa e probabilmente la propria tomba. Il mare è una grande tomba ed una grande nursery allo stesso tempo, non si butta via niente, tutto si ricicla.

Che strana balena però, poteva scegliersi un altro posto dove morire, magari le Hawaii dove fa più caldo e soprattutto dove poteva chiudere in bellezza incappando in un maschio particolarmente focoso e miope con il quale condividere gli ultimi piaceri della vita senza alcuna inibizione, morendo così felice ed al caldo, invece che da sola e al freddo.

Ma si sa, a volte le balene fanno come le persone, continuano a fare le stesse cose per una vita, così per indolenza, senza chiedersi se nel frattempo c’è qualcosa di meglio in giro. Come le balene, su e giù per la costa occidentale americana per una vita, senza un minimo di curiosità per tutti gli altri posti del mondo, molto meno freddi tra l’altro.

Qua infatti fa discretamente freddo, non so come faccia lo skipper a stare con l’infradito, è troppo curioso: muta da sopravvivenza in acque gelide, berretto di lana ed infradito.

E vogliamo parlare dell’infradito? dello skipper intendo. Teoricamente è al posto giusto: ai piedi di un tizio, su di un gommone, in mezzo al mare. Ma a scavare sotto le apparenze in pratica qua ci sono quasi  5 gradi in acqua e la persona che lo indossa ha una muta da sopravvivenza in mare quindi l’infradito guardando alla sostanza non è proprio nel posto giusto. C’è quasi sempre una bella differenza tra la teoria e la pratica. Peccato che la vita sia fatta di pratica, o meglio, fortuna che lo è! A volte penso che la pratica sia stata chiamata così per distinguerla dalla teoria che a volte, diciamocelo francamente è fine a se stessa e del tutto inutile, proprio come un’infradito al piede di uno skipper con 5°.


Il trigone di Felidhoo


Maldive, luogo in cui i colori di cielo, Mare e sabbia si incontrano in un’unica parola: Atollo. Siamo in crociera subacquea e dopo diversi giorni di immersioni giungiamo nell’atollo di Felidhoo, dove ci apprestiamo a fare una notturna, ad Alimathà.

A bordo la fioca luce gialla del Doni consente a stento la vestizione ed il controllo delle attrezzature, ma una luce più forte farebbe restringere troppo le nostre pupille impedendoci di percepire quella lunare riflessa dal Mare con evidenti problemi di navigazione. Appena pronti spegniamo anche questa ed è buio. Dopo un po’ gli occhi si abituano e la luce della Luna diventa la nostra guida.

L’immersione inizia in modo rocambolesco, Sara si tuffa per seconda dopo il dive master e perde subito la maschera, mi grida “lanciami un’altra maschera!”; io in bilico con l’attrezzatura indossata, un attimo prima del passo del gigante rientro a bordo e sto già rovistando nelle ceste, trovo una maschera, gliela lancio, poi mi tuffo, si tuffa Jean Claude e siamo sotto. All’improvviso JeanClode scompare, ricomparendo dopo qualche minuto: aveva ritrovato la maschera nera di Sara durante una notturna, incredibile! gliela porge, Sara la sostituisce e si riparte. Raramente mi è capitato di incontrare una persona magnetica come Jean Claude: 60 anni, cittadino del mondo, l’aplomb di un nobile dell’800, l’esperienza di migliaia di immersioni in Mare e non solo, scrive poesie ed è eternamente innamorato, di una gorgonia, di un panorama, di una Paese, di una donna.

La notturna inizia come tante ma finisce come poche. Siamo subito sul fondo sabbioso a -18 ed avanziamo con la parete sulla destra. E’ una bella immersione perché siamo solo in 4 (guide incluse) c’è poca confusione e le probabilità di fare begli incontri aumentano. Un pesce pappagallo dentro il suo bozzolo ben nascosto tra gli scogli fa l’indifferente: è la sua strategia per difendersi dai predatori, si rinchiude in un bozzolo di muco trasparente in modo da evitare che il proprio odore si disperda nell’acqua attirandoli.

Due enormi carangidi pattugliano il reef ed illuminati dalle torce rivelano tutta la loro argentea livrea. Bello si, ma avvistamenti abbastanza comuni, mi aspetto di più. All’improvviso il momento che tutti aspettavamo: si intravede una coda di squalo Nutrice o Leopardo non siamo riusciti a capirlo. Tutti immobili, io inizio ad armeggiare con diaframmi e flash, gli altri scrutano il buio alla ricerca di un segnale che possa palesare la presenza del selace, ma niente, il nostro amico non si fa più vedere. Questi pesci, molto primitivi, tra le tante caratteristiche peculiari hanno quella di non avere uno scheletro osseo bensì una struttura di cartilagine.

Il tempo passa e noi prendiamo la via del ritorno verso il punto in cui sarebbe venuta a riprenderci la barca, Jean Claude ed io più in basso, Sara e Giacomo qualche metro più in su, quando ad un tratto Jean attira la mia attenzione agitando freneticamente lo shaker. Io mi volto e non credo ai miei occhi: il trigone (2 mt. di diametro circa) avanzava spedito, sicuro, incurante di me, descrivendo ampie sinusoidi; eravamo esattamente alla stessa quota. Lui non accennava a rallentare, io non ci pensavo proprio a spostarmi. Traguardo la creatura nel mirino galileiano della mia Nikonos V ed aspetto. Lui continua, io non mi muovo, sento Sara qualche metro più su che grida letteralmente nell’erogatore (qualche settimana prima Ian Irving era morto a causa di una sfortunata collisione proprio con un trigone – forse erano grida di speranza!?), appena il trigone riempie tutto il fotogramma scatto, ma lui continua. Solo ad un metro si accorge di me e come un puledro in corsa che vede il burrone all’ultimo momento, s’impenna mostrandomi il bianco ventre e la linea della bocca, scatto di nuovo poi lui vira a sinistra e si allontana. Lo inseguo invano, altri due scatti ed il suo manto grigio aumenta sempre più di tono fino a fondersi nel nero Blu.

Rivedo il trigone tutte le mattine e tutte le volte sembra voler uscire dalla sua cornice per venirmi incontro nei ricordi di quella bellissima serata passata in mezzo al Mare.


A casa di squali mako e verdesche


Qua stiamo parlando di immersioni oceaniche allo stato puro: squali mako e verdesche si trovano al largo delle isole Pico e Fajal, a circa un’ora di navigazione a velocità sostenuta dal porto di Madalena, la base del nostro diving, il CW Azores, a Pico. Isola che già di suo è nel bel mezzo dell’Atlantico.

Qui il blu non manca di certo. Ci si immerge su un pianoro che sale a 200-240 metri di profondità, da una base ben più fonda. Si arriva col gommone e subito si pastura. Ma parsimoniosamente: giusto qualche pezzo di pesce in un sacco traforato, con il condimento di una maleodorante zuppa di sangue, olio di pesce, acqua marina e interiora rigonfie che Martin, la nostra guida, strizza e dispensa con flemma olandese (e un certo gusto dell’orrido tipico dei vent’anni…). In termini di cibo, comunque, è poca roba rispetto alla massiccia pasturazione (“chumming”) vista fare altrove. Si vede che questi squali pelagici sono esseri frugali.

Siamo fortunati, dopo neanche dieci minuti arrivano le prime verdesche: eleganti fantasmi blu di due metri che iniziano a girare intorno alla barca. Quando il sole ne illumina il dorso, la pelle sembra cangiante e vira dall’azzurro intenso al verde e poi di nuovo azzurro. Ci si veste al volo con ovvia eccitazione e poi spluff! finalmente nel blu. Le verdesche arrivano dal basso con il loro nuoto sinuoso, sembrano materializzarsi dal nulla, il colore del dorso che si confonde con il mare. Mica per niente in inglese la verdesca si chiama “Blue shark”, squalo blu. Le verdesche si avvicinano molto, ti sfiorano con il muso e il corpo sottile, guardandoti con i loro occhioni un po’ acquosi e poi scivolano via alla ricerca di qualche frammento di pesce. Uno spettacolo ipnotico. Sono bellissime: verrebbe da portarsene una a casa, come cucciolotto domestico (peccato che sia un animale un po’ difficile da tenere in appartamento a Milano, in effetti).

All’improvviso con la coda dell’occhio vedo un missile argenteo che mi arriva alle spalle e mi supera. Mako! Mako! Mako! Due metri e mezzo abbondanti di squalo muscoloso, il nuoto veloce, vibrante, nervoso. Punta con insistenza al sacchetto di rete con dentro il pesce: sacchetto che gli viene puntualmente sfilato da sotto il muso dall’esperto skipper. Il mako nuota sicuro in mezzo a noi, l’occhio nero e i denti sporgenti che, quando viene dritto verso di te, ti fanno pensare per un momento “Opporcavacca”. Poi lui gira ad angolo retto, giusto una spanna davanti alla maschera. E in definitiva si fa gli affari suoi. Così per quasi un’ora  – credetemi, un’ora da sballo. Ma le immagini possono valere più delle parole. Queste le ha girate il mio compagno d’immersioni Pierre Couillaud, un ragazzo parigino con la stessa strana malattia per gli squali che mi ritrovo addosso io e con il quale ho condiviso questa esperienza.


Black Magic: l’incantesimo del gatto Maori


Sono ancora a letto, ma sveglio da un pezzo, decido di alzarmi. Con un balzo Macchia mi segue e con un altro è già di fianco al rubinetto in attesa che io glielo apra per la sua bevuta mattutina. Scatoletta per il felino, che viene divorata in un attimo e caffè per me. Il profumo del caffè nella quiete del mattino è un tonico per i pensieri. Avide, le mie molecole olfattive collegate al cervello, ne catturano ogni minimo effluvio. Lo bevo e mi preparo. Indosso il costume degli All Blacks, occhialini al collo; uno sguardo in camera da letto dove mia moglie sta ancora dormendo e ritorno in cucina, apro il balcone salgo sulla ringhiera e mi tuffo.

L’aria è calda, un po’ umida e pregusto già il refrigerio dell’ingresso in acqua quando vedo un ammasso di peli bianchi e neri che sghignazzando mi sorpassa ed arriva in acqua prima di me. Mi seguirebbe ovunque quel gattaccio! Entro in acqua e faccio il morto per un po’, mi rilasso. Il cielo è blu e le nuvole di un bianco candido, socchiudo gli occhi ed un gruppetto di rondini ci accarezza con le proprie ombre. Macchia? è anche lui sul dorso, nuota con la coda come un rettile….mah! Dopo poco è già ora di andare. Con tre balzi di sponda tra i davanzali guadagna agilmente il nostro balcone e mi guarda soddisfatto per la bravata appena fatta, mi strizza l’occhio e ruggendo di gioia si mette comodo a godersi il primo sole mattutino.

Io ruoto di 180 gradi ed inizio a nuotare a stile libero. Ad andatura blanda mi immetto in via Ampere incrociando un bagnino, svolto in via Pacini e mi ritrovo in Piazza Piola, che spettacolo! Le punte dei rami più alti sfiorano l’acqua sorretti dai loro tronchi visibili solo per un terzo della loro altezza, non resisto e nuoto a dorso attraverso l’aiuola. Una famigliola di scoiattoli intenta a giocare si blocca al mio passaggio fissandomi, una passerotta mi ignora continuando a covare, lo stesso fa un bellissimo Ginko Biloba. I Ginko esistevano già al tempo dei dinosauri. Mi riporto in posizione prona, aumento l’andatura e mi dirigo in Piazza Argentina dove ho appuntamento con Raf.

“Hanno fatto proprio le cose in grande, pensavo: inaugurare le piste nuotabili con una Stranuotiamo ed allagare le strade di Milano lasciando esondare tutti i Navigli è stata proprio una bella idea!”

Raf è già li che mi aspetta, ci salutiamo e ci avviamo verso il punto di ritrovo. Nuotiamo io a sinistra respirando a destra e lui fa il contrario in questo modo riusciamo anche a fare 4 chiacchiere. Soliti discorsi: balene e squali in giro per il mondo. Raggiungiamo Porta Venezia, passiamo sotto un ponticello per la punzonatura dove un energumeno con un cappello da pirata agganciandoci le ascelle ci tira fuori dall’acqua di peso e due splendide bagnine ci scrivono i numeri sulle braccia con un pennarello poi ci lascia cadere in acqua ed aspettiamo. La scena è d’impatto: musica a palla, ragazze in bikini che ballano su pedane a pelo d’acqua, ragazzotti modello Abercrombie che si dimenano, gli acquascooter dei lifeguards che girano in cerchio e fanno lo slalom tra le volte del porticato di Corso Vittorio Emanuele, persino la statua della madonnina sembra pensare “finalmente qualcuno che se la gode!”… ed è in queste circostanze che ti senti invincibile come se potessi attraversare il Pacifico a nuoto fermandoti al Kingkameha Bar (il bar Hawaiiano di magnum P.I.) per un drink, come niente. Ma il giudice di gara ci riporta presto alla realtà, dalla barca appoggio ripete al megafono le ultime raccomandazioni sul percorso di gara e poi spara in aria dando il via. Calci, manate, schizzi, l’acqua ribolle, poi il gruppo si allunga, ciascuno trova il ritmo e l’acqua riguadagna la propria quiete.

Il percorso si dipana tra le vie più belle del centro: Via dei Mercanti, Piazzale Cordusio, Via Broletto, poi a destra in via Brera e Dell’Orso: tutti affacciati alle finestre a tifare.

Il tempo ed i Km passano, la fatica inizia a fare capolino ma le sbattiamo la porta in faccia.

Siamo ormai a metà percorso, cambiamo passo e superiamo di slancio Piazza della Repubblica. Qualcuno si ferma e si aggrappa ad un palo, qualcun altro stremato si dirige verso il traguardo con la ciambella, i più sono in ottime condizioni. Manca poco, gli ultimi due Km, dobbiamo dare fondo alle ultime energie. La frequenza delle bracciate aumenta vorticosamente, le braccia fendono l’aria provocando in un sibilo da Samurai, le gambe ormai invisibili nel turbinio d’acqua ribollente sono in cavitazione, il busto si solleva leggermente lasciando affondare le gambe,  in un attimo tutto il corpo è di nuovo in posizione orizzontale, rimbalza sull’acqua e ….ci siamo: stiamo planando. Rimbalziamo sull’acqua come due sassi piatti lanciati sul Mare da un bambino sulla riva. E’ un’andatura velocissima, ma anche pericolosa perché richiede un’acqua perfettamente piatta, una minima increspatura può provocare un disastro…..ed infatti svoltando a destra dopo aver nuotato via Vittorio veneto a tutta callara arrivano i guai. La convergenza in quel punto delle correnti di Corso Buenos Aires e della strada del Diana, unite al vento contrario proveniente da Corso Europa creano un pericoloso ribollire d’acqua poco compatibile con il nostro stile di nuoto in quel momento. Raf appena tocca di nuovo l’acqua si ribalta 3 volte prima di stabilizzarsi e continuare a nuotare a tutta birra per cercare di vincere gli elementi, io andando più piano mi ribalto una sola volta e sfioro pericolosamente un palo della luce, annaspo un po’ e riprendo a nuotare: vado piano ma non mi fermo mai io. Il traguardo è sempre più vicino e di colpo alle nostre spalle.

Gara finita. Ci siamo divertiti e dopo esserci riposati un po’ iniziamo a nuotare verso casa ridendo sul pericolo scampato (anche dagli altri, perché non l’ho detto ma c’era gente aggrappata ad alberi e semafori in attesa dei soccorsi..tutti squalificati ovviamente). Sulla via del ritorno incrociamo un bar e in un istante siamo già al banco con un Negroni in mano, parliamo, ridiamo, c’è tanta gente, altri nuotatori, l’alcool mi fa girare la testa, è il King Kameha, no non siamo alle Hawaii…anzi mi fa proprio male…inizio a sentire dei rumori, anzi un rumore ben chiaro, sembra quello di una sveglia: lo è.

Mi sveglio di colpo e sono seduto in mezzo al letto. Sono le 6,30 mi alzo ed inizio a preparare lo zaino per l’allenamento mattutino di nuoto, “che bel sogno” . Cerco ma non trovo nulla, intanto Macchia è già accanto al rubinetto, lo raggiungo e lo accarezzo, ma è bagnato fradicio, che strano. Continuo a non trovare il mio costume degli All Blacks , mi tolgo la t-shirt, mi guardo allo specchio ed incredulo vedo che ce l’ho già addosso. Macchia mi guarda cercando il mio sguardo nello specchio, sembra sorridermi. Mi strizza l’occhio, emette un assordante ruggito di gioia ed ancora grondante d’acqua con l’aspetto sornione di chi si gode una bravata fatta si incammina verso il balcone a godersi il primo sole del mattino. Io rimango impietrito con le orecchie ancora sibilanti, immagino già mia moglie che schizza dal letto dalla paura per il boato, invece nulla. Continua placida dormire, non ha sentito nulla, possibile? Corro alla finestra mi affaccio ed è tutto normale, Randy sposta i bidoni della plastica, Greta annuncia a tutti il nuovo giorno abbaiando, io mi calmo e mi avvio in piscina camminando, con una strana sensazione di stanchezza, come se avessi appena finito di nuotare.


Out of the blue


Giugno. Allenamento in assetto costante con Robertino 2 miglia al largo di Arma di Taggia, in Liguria. Uscita in coppia con il gozzo gentilmente prestato dal grande Ivano.

Cavo teso nel blu pullulante di plancton, facciamo delle ripetute. Robertino prova a scendere ad una quota discretamente impegnativa e io decido di accompagnarlo nel tuffo.

Si rilassa in superficie, si ventila bene, poi un respirone, una capovolta sciolta e giù, pinneggiando fluido. Scivola nel blu fin dove ritiene opportuno, vira sul cavo con stile e inizia a risalire, sempre bello tranquillo. Si sta facendo un tuffo come si deve. Ma sui -20 accade qualcosa, vedo che si irrigidisce – gli occhi si dilatano – rompe la posizione di risalita e con movimento deciso e veemente dell’indice punta a qualcosa proprio nella mia direzione. Dietro di me. Uh. Mi giro in quelli che mi sembrano minuti. E capisco istantaneamente la potenza della locuzione anglosassone “out of the blue“: dalla massa indistinta di acqua blu, intorbidita dal plancoton emerge una testa ENORME. Grigia, con chiazze bianche. Delle dimensioni di una Fiat 500. Decimi di secondo veramente brutti. Cos’è??? Uno squalo bianco grandissimo? La Cosa intanto viene avanti e di colpo capisco: è un pesce luna gigantesco! Nuota orizzontalmente e mi viene quasi addosso. Ora lo vedo bene, anzi benissimo, è massiccio, sarà spesso più di un metro, il corpo circolare del diametro di circa tre metri (ben più grosso di quello che c’è – o c’era -all’acquario di Genova). In giugno, soprattutto in Mar Ligure, di pesci luna ne ho visti parecchi, ma mai così grossi.

Ora che lo spavento è passato (urca  – sembrava veramente la testa di un grande squalo bianco), cerco di fissare nella mia mente l’incontro, così guardo il bestione sfilare nella corrente ed allontanarsi. Un pesce luna, una Mola Mola, ma pensa tu. E sapete cosa vi dico? Che non è vero che i pesci luna sono pesci goffi e babbioni che stanno sempre in superficie a crogiolarsi al sole e nuotano piano: se vogliono hanno una rispettabile velocità di crociera. E, sempre se vogliono, si divertono a spaventare gli apneisti che si allenano al largo…


Squali dell’Oman – Pinna nera a go go


Dopo il primo giorno di immersioni con bombole, un paio d’immersioni carine sì, ma non esaltanti, decido di andare a fare un po’ di apnea all’imbocco del fiordo che ospita il resort. Il richiamo dell’apnea è troppo forte. E poi una delle guide del diving mi  ha detto che a volte si vedono dei “blacktips”, cioè degli squali pinna nera di barriera, e delle tartarughe.

Entro nell’acqua bassissima, calzo la monopinna ai piedi, sputacchio nella maschera, infilo lo snorkel in bocca e mi avvio. Il fiordo è lungo circa 500 metri e ci si mette un po’ ad arrivare al suo imbocco,… l’acqua è caldissima, costante a 37°, anche sul fondo, un vero brodo. La visibilità è pessima, ma non c’è molto da vedere: sul fondo, solo sabbia. Fa caldo pure in acqua, non c’è mai pace e refrigerio. I primi dubbi sulla scelta della località per questo viaggio si fanno già strada nel cervello (bollito).

Appena prima dell’imbocco del fiordo, la parete del fiordo forma una rientranza, una piccola insenatura. Vado a dare un’occhiata: da quanto mi hanno detto al Diving, è qui che di solito girano le tartarughe. Capovolta. E sono subito sul fondo: la profondità sarà al massimo di 4 metri. Coralli! Che sorpresa, con questa temperatura dell’acqua. Sono coralli a corna d’alce e coralli cervello. O quantomeno assomigliano parecchio alle specie nominate. Sono vivi e colorati, viola, verdi, gialli. In mezzo ai coralli, oltre a pesci di barriera, una moltitudine di ricci marini dagli aculei sottili e lunghissimi. Non pensavo nemmeno che i coralli potessero vivere a queste temperature estreme! E invece questi si sono adattati proprio bene. Mi domando se si tratti di un fenomeno noto ai biologi marini. Forse sarebbe da segnalare a qualcuno.

La tartaruga non si fa aspettare. Ne vedo subito una, non molto grande, immobile in mezzo ai coralli. Mi fermo e la osservo da un paio di metri di distanza. Poi mi muovo e mi allontano. Riemergo e respiro. A una quindicina di metri da me c’è un’altra testolina che sbuca dalla superficie calmissima. E’ un’altra tartaruga, che sta facendo esattamente quello che faccio io: respira bene prima di un’apnea. Un altro giro sott’acqua per vedere bene questa grande chiazza corallina e poi è tempo di doppiare la punta del fiordo.

Appena fuori dal fiordo l’acqua è lievemente più fresca: 36° in superficie e 30° sul fondo. Fondo che è sempre fra i 5 ed i 10 metri, poca roba. Incomincio ad esplorare la zona nuotando rasente il fondo, ondeggiando lento con la monopinna. Il fondale è formato da roccia chiara, i coralli crescono sulla roccia ma non formano una vera barriera. Dalla nebbiolina (la visibilità è quella che è, oscilla dai 5 ai 15 metri) emerge un gruppetto di pesci pipistrello. Vado avanti seguendo la linea di costa, la visibilità migliora mano a mano che mi allontano dal fiordo. Ad un tratto, emerge dal nulla uno squalo pinna nera di barriera, di circa un metro. Eia! Segue una rotta obliqua rispetto alla mia, praticamente mi taglia la strada. Mi acquatto sul fondo, immobile, all’aspetto. Lui vira ed inizia a girarmi intorno. Ne arrivano altri, più piccoli, più grossi, di tutte le misure… e anche loro iniziano il girotondo lento e irregolare. Vorrei che i secondi non passassero mai. Ma devo risalire. In superficie mi ventilo bene in posizione prona per beneficiare di una maggior quantità di aria fresca e poi scendo di nuovo. E loro arrivano quasi subito. Li conto: sono una quindicina. I più piccoli arrivano a mala pena al mezzo metro di lunghezza, i più grossi sono vicini ai due metri. E’ raro vederne di queste dimensioni. Sono predatori delle lagune e delle acque costiere, soprattutto quelle sabbiose. Se ne vedono molti nelle lagune maldiviane, ma sono quasi sempre di taglia inferiore al metro. Questi sono grossi! E tanti! Li guardo e cerco di imprimere nella memoria il colore nocciola chiaro del loro corpo, le loro forme snelle ed eleganti. E’ uno dei miei squali preferiti.

I miei tuffi si ripetono, io mi rilasso e le apnee si fanno lunghe, così mi godo pienamente il “film” degli squali, che si ripete sempre più o meno uguale. Con la nota positiva che arrivano ancora altri squali. Penso proprio di essere la novità della giornata e di incuriosirli parecchio: sono abbastanza grosso, quindi potenzialmente minaccioso, però me ne sto fermo sul fondo senza fare rumore e forse potrei essere commestibile, ma non sono morto perché ogni tanto mi muovo e quindi non conviene provare ad assaggiarmi. Per loro il massimo deve essere che dopo un po’  – meraviglia – salgo verso la superficie, per loro luogo estremo e di confine. Quando ciò avviene, gli squali si innervosiscono e si allontanano, per poi riavvicinarsi al tuffo successivo, sempre più vicini mano a mano che passa il tempo dell’apnea. Che poi è quello che fanno quasi tutti i pesci, di qualunque dimensione e in qualunque latitudine e ambiente. Si avvicinano molto, passano davanti alla mia maschera a mezzo metro di distanza e per un momento i nostri occhi si incrociano, ma non manifestano affatto aggressività. Nuotano come divinità del mare, senza sforzo e silenziosi.

Starei lì in eterno. Ma dopo un’ora e più ritengo sia il caso di tornare tra i bipedi.  Soddisfattissimo. Qua il caldo ti stende, ma niente da dire: di roba sott’acqua ce n’è…


Squali dell’Oman – Arrivo


Ore 14.00. Arrivati da nemmeno un’ora al resort.
“Non posso resistere a questa temperatura. Il mio sistema cardiocircolatorio non ce la farà”. Seduto al tavolo del ristorante all’aperto dell’Oman Diving Center, di fronte a Marco, mio figlio di sei anni, e a mia moglie Elisabetta, mi sforzo di dissimulare questi pensieri con un’espressione che vuole essere serena. E’ luglio. Ci sono circa 45°. E’ umido. Non si respira. Avverto la fatica profonda dell’organismo.
Quando ci tuffiamo nelle acque antistanti del resort che ci ospita, sorpresa! L’acqua è caldissima. Zero refrigerio.In sintesi: alla temperatura da forno non si scappa da nessuna parte. Il mio mitico Suunto D4 non mente: l’acqua è 37°. Incredibile. Mai sperimentato nulla di simile.
Questo è l’Oman d’estate.
Il piccolo resort dell’Oman Diving Center (tutto di proprietà del Sultano, tanto per gradire) è situato al fondo di un lungo fiordo, a qualche decina di chilometri da Muscat, la capitale. Certo, il termine “fiordo” fa venire alla mente acque gelide, qui ovviamente siamo agli antipodi. Tutta la linea costiera della zona della capitale si conforma così: un dedalo di fiordi e isolette, con mare poco profondo. La roccia è aspra, tagliente, di colore chiaro. Cade a picco nel mare e ogni tanto si apre in calette sabbiose. Vegetazione praticamente assente. Il paesaggio è piuttosto bello. Peccato per qualche grosso cantiere che si intravede qua e là: costruiscono, prevalentemente alberghi di buon livello. Ma la costa è ancora ragionevolmente selvaggia. Posto interessante. Sono qua in cerca di roba grossa: squali e cetacei – pare ce ne siano parecchi.