Traina ai delfini


L’Oman è un eccellente osservatorio per i cetacei. Lo apprendo dal mio ultimo acquisto, “Whales and dolphins of Arabia”, di Robert Baldwin. A quanto dice il libro, ben scritto, c’è veramente di tutto: balenottere comuni, megattere, svariate specie di delfino, focene…. L’Oman sembrerebbe un paradiso del mammifero marino. E di chi lo vuole osservare, anche se i cetacei sono di solito estremamente schivi con i subacquei.

E così gli Zen al gran completo affittano barca con annesso barcaiolo per una spedizione alla ricerca di qualche tipo di cetaceo. Si parte di buon mattino.

Il marinaio è un ragazzo omanita che conosce una ventina di parole di inglese. Noi conosciamo tre parole tre di arabo, quindi la conversazione equipaggio-clienti  non è delle più brillanti. A bordo, viveri di conforto vari e macchina fotografica. E l’attrezzatura da apnea. Anche se, teoricamente, bisognerebbe osservare i cetacei dalla barca, FUORI DALL’ACQUA. Ma io preferisco essere pronto ad ogni evenienza: mica si può rischiare di essere colti impreparati di fronte a qualche incontro eccezionale, no? E poi ho un piano abbastanza strambo, che giace latente da anni nella mia testa di maniaco-ossessivo del mare e che potrebbe trovare realizzazione proprio oggi.

Si punta verso il mare aperto. Guardiamo speranzosi la superficie del mare appena increspata dal vento, come se da ogni onda dovesse sbucare Moby Dick. Ma, almeno per ora, niente.

Dopo un po’che vaghiamo nel mare omanita, vediamo una grande massa indistinta e tondeggiante che sbuca in superficie, ad una trentina di metri da noi. E’ qualcosa di semi-sommerso, scuro e lucente, che ondeggia placidamente tra le onde. Grido, indico, il barcaiolo non capisce l’inglese, ma è sveglio, rallenta. Aguzziamo la vista. A me sembra la testa di un globicefalo: li ho già visti, e a volte in effetti stanno così, con la testa a melone che sbuca parzialmente dall’acqua, a farsi dondolare pigramente dalle onde. Ci avviciniamo cautamente con la barca e mi rendo conto che non è la testa di un globicefalo, ma continuo a non capire cosa sia quella massa scura che ondeggia in superficie.


Poi di colpo capisco: due enormi tartarughe verdi che si stanno accoppiando. E noi, micidiali rompiscatole, siamo arrivati sul più bello. Valuto se entrare in acqua, poi mi dico che tutto ha un limite, e decido di lasciare stare le due tartarugone dal corpo verde scuro. La coppia, per non sbagliare, si immerge leggermente, nuotando in direzione opposta a noi. Al loro posto avrei fatto lo stesso.

Riprendiamo la ricerca dei cetacei. Marco inizia a stufarsi: la barca salta un po’ sulle ondine, non è il massimo della comodità. Cerco di distrarre Marco raccontandogli dei vari cetacei, dicendogli che deve stare attento e scrutare la superficie del mare per non perdersi un’apparizione fugace, bla bla bla. Per ora tiene.

Il barcaiolo intanto chiama via radio altri colleghi, per capire se ci sono branchi di cetacei da quelle parti. Pare di sì, dai suoi gesti. Partiamo decisi verso nord-est. Dopo un bel po’, quando le speranze stavano evaporando, vediamo le prime pinne dorsali che bucano la superficie: delfini. Pochi. Distanti. Non si capisce di quale specie. Ci muoviamo in zona con il motore al minimo.  Ne vediamo altri, poi altri ancora: a poco a poco si rivela un branco enorme, sono centinaia. Ora sono sotto la barca, poi davanti, emergono a gruppuscoli. Sono delfini comuni. Si chiamano così, ma non è che siano poi così tanto comuni… Sono molto belli: il corpo è grande, bruno, striato lateralmente di bianco e marrone chiaro, con un tocco estroso dato da qualche pennellata di nero.

Adesso i delfini sono dappertutto, sbucano da ogni lato della barca. E allora decido di attuare rapidamente lo strambo piano latente nella mia testa.  Annodo una cima di qualche metro di lunghezza all’anello di prua, mimo un gesto al marinaio (che annuisce, bah, chissà che cosa avrà capito), mi infilo la maschera e, tenendo l’altro capo della cima in mano, mi tuffo in mare sotto lo sguardo perplesso di moglie e figlio. E mi faccio trainare sott’acqua, stile esca per la pesca a traina al marlin.

Sotto di me, si apre un mondo: l’acqua è molto limpida e davanti, sotto, di fianco a me, è pieno di delfini che nuotano accompagnando l’imbarcazione. Sono molti di più di quanto non si immagini osservando quelli che appaiono in superficie. Qualcuno, più curioso, aggiusta la rotta per passarmi vicino ed osservarmi, a volte girando leggermente la testa verso di me. Il fatto che io mi muova con la barca vince la loro diffidenza, proprio come mi aveva detto, svelandomi un segreto del mestiere, un videoperatore che aveva lavorato per il National Geographic.

Sento i  loro richiami, i loro suoni mi avvolgono. Il mare è letteralmente brulicante di delfini. Li vedo anche giù fino a trenta-quaranta metri di profondità. Sensazioni fortissime.

Dopo un po’, forse una decina di minuti, i delfini spariscono. E io torno in barca. Felice: quella vecchia idea balzana di farsi trainare da una barca non era per niente una bufala.


Il sogno di Alfonso


“Mi fai una foto così quest’estate alle Azzorre?” (disse speranzoso il mio amico Alfonso alias Aqua2O…)


Il sorriso dello squalo zambesi


Ultimo giorno in Oman. Il classico velo di tristezza su tutto, anche se la luce è già vivida e il cielo è limpido in questo inizio di mattinata.

Noi, la famiglia Zen, siamo lì a bighellonare nei pressi del bagnasciuga.

Sono contento: mio figlio Marco ha familiarizzato in acqua con qualche piccolo esemplare di squalo pinna nera spintosi fin quasi sul bagnasciuga per papparsi un grosso cefalo. Il cefalone è stato ferito da uno squalo ed è finito sulla spiaggia. Prontamente raccolto e ributtato in acqua da Elisabetta, ha attirato nuovamente gli squalotti che già lo avevano cacciato. Vedere mio figlio che in acqua nuota dietro gli squalotti mi fa pensare che forse avremo un futuro in mare insieme…

Decido di dedicare una porzione significativa della mattinata ai “miei” squali pinna nera che vivono all’imbocco del fiordo (leggi). Mi ci sono affezionato. Forse si tratta di una popolazione stanziale: tutti i giorni sono andato a trovarli e li ho quasi sempre avvistati, anche se in alcune occasioni erano un gruppetto sparuto.

Vado nel solito posto e dopo una tranquilla ventilazione mi apposto in apnea sul fondo. Poco dopo arrivano. Sono in numero maggiore delle altre volte. Davvero tanti, una ventina. E ci sono molti esemplari grossi, lunghi oltre due metri. La maggior parte sono maschi, mentre solitamente predominavano  le femmine. Mi domando se si tratti della stessa popolazione osservata tutti i giorni nelle due settimane passate lì. Penso di no. In mezzo agli squali che mi ruotano intorno, compare un’aquila di mare, anche lei curiosa, poi un’altra subito dietro.

Che giornata! Riemergo. Recupero. Mi preparo. Respirone. Scendo. Mi apposto dietro la solita roccia. Gli squali pinna nera sono subito pronti a fare carosello. Mi godo quella vista privilegiata: una popolazione ampia e di grandi dimensioni di squali pinna nera, poco diffidenti, un esemplare dietro l’altro che mi sfila davanti, di lato, dietro (ehh ogni tanto un’occhiata dietro la dò, alla fine sono dei predatori, non si sa mai).

Giro lo sguardo verso destra e lo vedo: grosso, corpulento, colorazione scura, è un grosso squalo zambesi, nessun dubbio. E’ ancora lontano, ai limiti della visibilità, che oggi è miracolosamente di 15-20 venti metri. La mia apnea si fa meno rilassata. Stimo che lo squalone sia sui tre metri. E nuota dritto verso di me, senza esitazioni.

Si avvicina. Distinguo bene il muso da cattivo. La massa del corpo è veramente notevole. Mi domando se devo preoccuparmi. E mi rispondo che devo stare tranquillo, come sempre.  Mai avuto problemi con gli squali? Naaahhh! Ma il bestione si avvicina ancora, in un attimo arriva a venti centimetri da me, davanti alla maschera: porca vacca che sorriso!!! Ho un sussulto. Del tutto involontario, perché vorrei essere tranquillo, ma non lo sono mica tanto. Al mio brusco scatto di nervi lo squalo reagisce come se fosse stato colpito da una scarica elettrica: inverte letteralmente la rotta e se ne va da dove era venuto, a velocità sostenuta.

Sono basito. Faccia a faccia con uno zambesi, che se l’è filata al primo imprevisto! Risalgo dall’apnea lunghissima. Recupero respirando dallo snorkel, fatico a trovare qualla condizione di pace mentale che prelude a buone apnee. Battito del cuore accelerato, sono un po’ ansioso e guardo di continuo il fondale, in tutte le direzioni. Urca, uno zambesi grossissimo! Non sono tranquillo. Va bene avere confidenza con gli squali, va bene stare più a mio agio sott’acqua che fuori, ma quello era pur sempre un grosso squalo zambesi, probabilmente più confuso di me… insomma… Ritorno sott’acqua per vedere se torna. Niente: arrivano i pinna nera, ma dello zambesi nessuna traccia. Mi sposto, riprovo: ancora niente. Dopo una decina di minuti, decido di andarmene: magia finita.


Non comportatevi da prede: faccia a faccia con lo squalo tigre


I sub osservano perplessi Walter Bernardis mentre esordisce raccomandando: “Don’t behave like a pray” – “Non comportatevi come prede”.

E’ il briefing, stiamo per entrare nelle acque sudafricane dell’Oceano Indiano nella speranza di incontrare qualche squalo tigre.

Sono oltre dieci anni che Walter, fondatore e boss di African Watersports,  si immerge con i tigre, rigorosamente senza gabbia. Ha ormai le idee chiare: “Lo squalo tigre cerca di collocarvi sulla SUA scala di valutazione: ad un estremo c’è il predatore, all’altro la preda. Se vi identificherà come predatore, scapperà. E non è quello che vogliamo. Se invece vi identificherà come preda, vi attaccherà. Quindi voi dovete confonderlo, stando verticali in acqua e producendo bolle, così lui vi gira intorno per capire cosa siete. In questo modo possiamo osservarlo per bene. Non perdetelo mai di vista: se si avvicina di soppiatto alle spalle può diventare pericoloso. Se si avvicina troppo, urlate nell’erogatore, e vedrete che lui si allontanerà”.

A questo punto, noto perplessità sui volti di noi sub: forse ci domandiamo tutti cosa ci facciamo lì, qualche miglia al largo della costa di Kwazulu Natal, con mare formato e sanguinolente e maleodoranti carcasse di tonno e ricciola appese fuori dalla barca ad attrarre squali.

Arrivare qui non è stato banale: sveglia alle 5, gommonata di mezz’ora con partenza rocambolesca dal delta del fiume; è il famoso “boat launch” con il gommone che prende velocità nelle acque del fiume e supera di slancio i cavalloni oceanici, tra gran salti. Un’esperienza…

Ora si vedono molti dorsi e pinne di squalo fendere le onde, nervosamente: lì sotto c’è un bel movimento, niente da dire…

Anche io e la consorte Villa ci domandiamo se sia proprio un’idea brillante quella di buttarsi lì in mezzo a quell’orda di squali, senza gabbia. Io amo gli squali, ho fatto una montagna di immersioni con squali di ogni genere, però l’istinto atavico tira dall’altra parte. Ma ci fidiamo di Walter e della sua esperienza. Del resto, ci siamo sparati 26 ore di aereo apposta per essere qui, ora.

Bombole in spalla, controllo finale dell’attrezzatura, mente concentrata e via, in acqua!

Praticamente atterro sulla schiena di uno squalo pinna nera oceanico, un carcharhinus limbatus: sono ovunque, ce ne saranno 60, 80, forse di più, chi può dirlo. Ci urtano, ci passano tra le gambe. Bestie irruenti di due metri e mezzo, fa un po’ impressione trovarseli addosso; eppure è evidente che ci ignorano: pensano solo alla pastura, girano veloci alla ricerca di brandelli di pesce. In mezzo, più guardingo, c’è anche qualche “dusky”, lo squalo bruno (carcharinus obscurus).

Noi ci mettiamo in posizione, a qualche metro dall’esca principale: un grosso cestello di lavatrice, stipatissimo di sarde congelate e mantenuto ad una decina di metri di profondità da una grossa boa. L’acqua oggi è limpida e il carosello di squali è spettacolare. Ma siamo tutti in attesa dell’attore principale.

Ed eccolo: lo squalo tigre. Nuota lento, sinuoso, è un animale di quattro metri e passa. Si avvicina guardingo al cestello ricolmo di pesce. Ci gira intorno un po’ di volte prima di decidersi a dare un morso. Quando lo fa, ammacca il cestello: una forza della natura.

Dopo un po’ arrivano altri due tigre. Passano sornioni tra i subacquei, con aria curiosa e apparentemente svogliata. A un certo punto un tigre mi punta contro, nuotando molto lentamente: io mi impongo di stare bello tranquillo… ora gira…gira… ma quando il tigre è a 30 centimetri dalla mia faccia (sic) ritengo che sia il caso di seguire le istruzioni di Walter: pianto un urlaccio nel boccaglio dell’erogatore. E, senza perdere la calma, lo squalo vira leggermente, mantenendo il suo sguardo su di me, con un espressione che sembra dire: “Questo qua è completamente fuori di testa”.

Dopo oltre un’ora, a guardare e riguardare, le bombole sono belle vuote e tocca tornare a galla. Siamo tutti euforici per l’eccezionale spettacolo (e per non essere stati catalogati come “preda” dal tigrone…). Si torna a terra ebbri di immagini mentali. Ora i pensieri sono  solo alla prossima immersione con i “tigers”. E al leggendario BBQ sudafricano di Walter…


L’ancora di Nettuno


L’ancora di Nettuno

Siamo in Turchia, il paesaggio è tipicamente mediterraneo con vegetazione fitta che sfiora un mare blu cobalto, una miriade di calette e qualche isola sperduta, alcune di queste con imponenti rovine di templi. Sembra il mare degli dei.

Durante le soste della navigazione mi diverto a fare un po’ di snorkeling ma l’acqua è caldissima e di pesci nemmeno l’ombra così in mancanza di fauna da osservare decido di fare un pò di apnea pura. Recupero un paio di pinne ed una maschera, il solcometro del comandante diventa il mio “cavo improvvisato” ed eccomi ad andare su e giù nello spazio liquido. Il fondo è tra i 16 ed i 18 mt., nulla di eclatante ma io sono molto soddisfatto perché riesco a raggiungerlo in scioltezza aggiungendo anche delle apnee statiche sul fondo di circa 15 secondi. Il comandante mi osserva ed osserva anche gli altri ospiti della barca impegnati in tornei di tuffi a bomba, nuotate e sedute di tintarella tra venditori di kebab che con i loro barchini si aggirano proponendo appetitose focaccine appena cotte. All’ora di pranzo siamo tutti richiamati a bordo e poi ripartiamo per la destinazione in cui passeremo la notte, una baia riparata nei pressi di Kash.

Quando vi giungiamo, appena dopo il tramonto, i colori sono molto diversi. Tutto sembra avvolto da una coltre grigiastra che smorza i toni, come se il sole avesse dato il segnale a tutti gli elementi della natura e questi si fossero ritirati all’unisono per il meritato riposo notturno ed anche noi ci prepariamo ad ormeggiare, alla fonda.

Il comandante, con il figlio 13enne perfettamente in grado di eseguire tutte le manovre di bordo, prepara la barca per la notte. Sara ed io siamo in cabina a prepararci per la cena e prua al vento ascoltiamo il familiare clangore della catena dell’ancora che viene risucchiata dall’acqua quasi a cercare un contatto rassicurante con il fondo del mare, come un bambino che all’imbrunire tende la mano alla mamma in cerca di protezione. Ad un tratto il clangore finisce e si odono delle voci concitate, sembrano insulti reciprochi, ma ovviamente in turco quindi non ci capisco niente. Raggiunta la coperta il comandante ci dice nel suo broken english che qualcuno si è dimenticato di fissare l’altro capo della catena, quindi sia catena che ancora giacciono ora placide sul fondo del mare. Alla faccia del contatto rassicurante! uno scippo in piena regola! ad opera di Nettuno! Caliamo rapidamente un’ancora di riserva ma dallo sguardo capisco che il comandante vuole assolutamente recuperare quella appena persa, mi guarda e mi chiede di dare una mano a cercarla. Non mi faccio pregare e anche se l’impresa è senza speranza: è quasi buio ed abbiamo scarrocciato un bel pò dal punto nel quale l’abbiamo persa, mi cambio di nuovo e sono subito in acqua.

Provoa fare un primo di tuffo armato di mini torcia subacquea che però dopo qualche metro si allaga spegnendosi. Allora il figlio del comandante corre a prenderne un’altra molto più potente, l’accende e me la lancia…noooooo! sono troppo lontano e la manco, mi passa ad un metro ed inizia ad inabissarsi. Non provo neanche ad inseguirla, sarebbe inutile, ma la fisso mentre si inabissa, so che il fondo è alla mia portata. Nel frattempo mi ventilo e quando non la vedo più faccio la capovolta lanciandomi all’inseguimento. Sono sciolto e pinneggio bene anche se ho un pò di freddo ed è tutto grigio, non è bellissimo a dire il vero. I pensieri si accavallano quando ad un tratto vedo una luce, è quella dell’aldilà?, sono schiattato?, ma no è quella della torcia! l’agguanto ed inverto la rotta. Non faccio neanche in tempo a sentire le prime contrazioni che sono già in superficie accarezzato dalla fresca brezza notturna. La torcia emerge per prima, poi le braccia tese con le mani unite ed infine la testa. In superficie mi sento un po’ osservato ed infatti i nostri compagni di viaggio, tutti affacciati a prua della nostra bellissima goletta turca, esplodono in cori da stadio alla vista della torcia. Shane, un australiano simpaticissimo, dal fisico di un torello, orgoglioso della birra prodotta nel suo stato ed in giro per il mondo con la moglie Sarah prima di comprare una casa in riva ad una spiaggia sulla east coast australiana e vivere una vita di lavoro e famiglia, mi grida great! you are “fish-man” e tutti a fargli da eco inneggiando al ritrovamento della torcia. Poi disorientato da tanto entusiasmo rimango qualche istante con le braccia tese a sostenere la torcia e con questi che gridano come ossessi mi sento un pò come Cannavaro che solleva la coppa ai mondiali. Poi capisco che sono solo uno a mollo in mutande in mezzo al mare con una torcia in mano che stà cercando un’ancora che non è neanche sua ed è pure contento! Ma noi di Mare siamo così, del resto se siete su questo blog lo sapete anche voi.

….ad ogni modo tornando al racconto…. al mio rientro a bordo sono accolto come il protagonista di una impresa epica: pacche sulla spalla e mani tese ad aspettare il “cinque” si sprecano, poi arriva il comandante, mi guarda e dice: “thank you my friend” e se ne torna sornione a cucinare il pesce sulla brace.

Dopo un po’ iniziamo a cenare ma nel bel mezzo della serata il comandante la interrompe e mi regala una birra in segno di riconoscenza per il recupero della torcia. Si riparte con cori, tintinnii di posate sui bicchieri e chi ne ha più ne metta…a quel punto, complice anche l’alcol, sfido gli australiani ad un tuffo a bomba dalla battagliola, “non avete coraggio!” gli apostrofo (che detto ad un australiano è come dire a Tyson che non sa tirare di box!), mi alzo, cammino cercando l’equilibrio tra i corpi dei commensali e sparisco oltre la battagliola vestito. In un attimo mi ritrovo a mollo con Shane e Rhys ad urlare e schizzarci come bambini tra le risate nostre e degli altri compagni di viaggio che si sporgono brandeggiando birra ed altri miscugli alcoolici (le mogli degli australiani Sarah e Natalie e la mia, Sara, una nonna tedesca con il nipotino di cui non ricordo i nomi, due diplomatiche francesi dell’ambasciata spagnola Claire e Domitille ed un ragazzo indiano, Sufi, abbigliato come un santone asceta che ha ceduto però alle tentazioni terrene dell’avvenente Meredith, canadese, studentessa universitaria di psicologia alle prese con la ricerca di una sua posizione sul pianeta Terra).

Una combriccola simpatica ed eterogenea, una serata inaspettatamente diversa, una birra in premio ed io sono in mezzo al mare di notte: me la sciallo alla grandissima! In questi momenti vorrei attaccarmi in fronte un cartello con scritto “sciallasi!” ma non posso, come vado in giro poi?

Ad ogni modo al mattino seguente svaniti i fumi dell’alcol le ricerche dell’ancora continuano.

Vengo svegliato all’alba dal rumore del fuoribordo di chi ha iniziato prima di me. Salgo in coperta, recupero pinne e maschera, e respiro a pieni polmoni. Risciallasi! Dormono tutti tranne l’equipaggio ed il sole, che ansioso di dare inizio al nuovo giorno, fa le cose di fretta e gli rimangono ancora attaccati addosso pezzi di notte, le ombre.

Un membro dell’equipaggio tenendo una mano sulla barra del motore ed utilizzando l’altra per appoggiarsi al tubolare scruta il fondo, ora visibile, nel tentativo di individuare l’ancora e venirmi a chiamare affinchè la possa raggiungere. Nel frattempo io entro in acqua ed inizio a fare dei tuffi mirati sui punti che mi indica il comandante. E’ bellissimo, i raggi del sole si fanno strada nell’acqua turchese come i denti di un enorme pettine di fuoco che accarezza le posidonie mosse da una lievissima corrente. E’ Nettuno che dolcemente sveglia le proprie creature, ma dell’ancora nessuna traccia. Poco dopo il comandante decide di cambiare tecnica. Andando avanti ed indietro con la barca inizia a dragare il fondo utilizzando l’ancora di riserva come “rastrello” sperando di “uncinare” la catena ancòra tra le braccia di Nettuno. Inizialmente della catena neanche l’ombra poi quel burlone di Nettuno divertitosi forse troppo ad osservare i nostri goffi tentativi di ricerca e recupero decide che ne ha abbastanza ed all’ennesimo tentativo l’ancora-rastrello ci restituisce finalmente la catena.

Mi bastano un paio di tuffi per agganciare una cima con un moschettone all’ultimo anello (siamo sempre sui 18 metri), uno strattone come concordato, mi allontano per sicurezza ed inizio a guadagnare la superficie osservando l’ancora che con una traiettoria dapprima obliqua rispetto alla mia poi perpendicolare rispetto al fondo, sollevando una nuvoletta di fango come quella dei fumetti di quando uno si arrabbia, ritorna a bordo salpata dall’argano elettrico.

Eh si, Nettuno ci aveva giocato proprio un bello scherzetto, del resto lo sanno tutti che è un gran burlone. Forse la nuvoletta era proprio sua, infastidito per aver noi posto fine al suo divertimento….d’altronde c’era da aspettarselo, siamo noi gli intrusi e lui è il Re del Mare.


Oceani più poveri senza gli squali


Una bella infografica che mostra il dramma di questi animali bellissimi, ben avviati sul cammino dell’estinzione – chi legge il nostro blog sa quanto magnifici siano questi animali. Il cattivo stato di conservazione di molte specie di squalo dipende dal finning, la pratica inumana di taglio delle pinne di squalo (per preparare l’insulsa zuppa di pinne di pescecane), oltre che dalla pesca indiscriminata e non selettiva, dal cattivo stato in cui versano molte acque e, in definitiva, della scarsa informazione sul tema. Informatevi . date una mano a difendere gli squali. Aiutate Sea Shepeherd, loro proteggono (sul serio) squali, cetacei e gli oceani in generale: donategli qualcosa, comprate le loro magliette e i cappellini, aiutateli! Noi lo facciamo!

In definitiva, è una lunga storia di incomprensione e stupidità umana quella che caratterizza la convivenza tra sapiens sapiens e squali. Noi di Stobenenelblu di squali ne abbiamo visti a bizzeffe, di ogni tipo e in ogni oceano, in apnea e con le bombole, e non abbiamo mai avuto problemi, mai un’aggressione – personalmente ho molti più problemi con le auto, girando in scooter in città…


Sua maestà lo squalo pinna bianca oceanico – atto 1


Non è ancora il tramonto quando arriviamo a Elphinston. Solita sarabanda della shamandura, ma alla fine attracchiamo a Punta Sud. Siamo una delle due barche da crociera (subacquea of course!) ancorate al mitico reef pelagico. Uau. Le onde corte e nervose del Mar Rosso egiziano biancheggiano come una corona intorno all’atollo corallino. Appena più all’esterno il mare diventa subito blu. Intensamente blu. Un blu promettente…

Infatti. Dopo pochi minuti, intorno alla barca appare un Carcharinus Longimanus di quasi quattro metri. Comincia a fare “passaggi” sotto ed intorno alla barca. Con Elisabetta, Sara, ed Alfonso ci guardiamo: un Longimanus!  Enorme! Come intuibile, Alfonso ed io siamo eccitatissimi. Le scimmiette nelle nostre testoline corrose dal sale saltano impazzite.

E’ tardi per un’immersione. Ma io sento che devo fare QUALCOSA. C’è un longimanus lì sotto, io sono sulla barca e non va bene, devo fare qualcosa, me lo dice la scimmietta più schizzata. So che è uno squalo pelagico con una bruttissima fama, e inoltre siamo ormai al tramonto, non è certo l’orario più indicato per un faccia a faccia con un simile bestione.  Ma io voglio entrare in acqua. Devo vederlo da vicino. Voglio il contatto. Lo dico ad Alfonso: lo conosco,  già si immagina delle bellissime fotografie. Tuttavia non è convinto. Ne parlo con le due guide. Susanna, una ragazza sarda tosta come il granito di Capo Testa è tiepidina circa l’dea di entrare in acqua. Tortsten, la guida tedesca fino al midollo, è contrario – ma va? chi se lo sarebbe mai aspettato da un tedesco?

Alla fine prendo una decisione: W gli squali, sento che andrà tutto bene, me ne catafotto del tedesco e di Susanna e di tutti. Alfonso è sopraffatto dalla ragione e rinuncia. Ma, glielo leggo in faccia, si è istantaneamente pentito della sua decisione di non scendere in acqua. Prendo maschera e snorkel e mi calo lungo la scaletta di poppa. Mi aggancio con un piede ad un gradino in alluminio della scaletta e mi allungo nella corrente. Che è forte come quella di un fiume in piena, una massa d’acqua che viaggia a svariati nodi all’ora. Se il piede scappa sono guai.

La visibilità è eccezionale. Mi guardo intorno con un po’ in apprensione… Poi lo vedo, sulla destra, ad una quindicina di metri di distanza. Le grandi pinne pettorali distese, con le macchie bianche che si stagliano sul corpo nocciola. Nuota apparentemente senza sforzo, attorniato da alcuni pesci pilota, è un autentico feudatario del mare.

Passa lontano, guardingo, e poi sparisce nel blu. Mi guardo dietro le spalle, di lato, nervoso.  E compare ad un paio di metri da me, arrivando da dietro, alla mia destra. Questa volta mi sfila davanti a pochi centimetri. E’ bellissimo. Un grande squalo del blu dal nuoto regale. Scompare ancora una volta dal mio campo visivo. Poi lo vedo di nuovo… ma… no! è più piccolo… È un altro! Sono DUE Longimanus! Questo è più piccolino, meno di due metri. Ma ugualmente elegante.

Me ne sto lì un bel po’, gongolando a vederli passare avanti indietro. Questi sono gli spettacoli che preferisco.

Quando esco, a parte qualche sguardo di riprovazione, capisco di aver creato un precedente: il Longimanus è entrato nelle fantasie subacquee di tutti gli ospiti di bordo (non dell’equipaggio egiziano, che manifesta un autentico terrore nei confronti del grande squalo). E infatti iniziano le pianificazioni per l’immersione delle 6.30 del mattino successivo – i pensieri nell’aria sintetizzabili più o meno così “Chissenefrega del plateau sommerso, del pesce napoleone e dell’arco con la ridicola tomba dell’elfo a -55, vogliamo vedere i Longimanus!”. E’ previsto un giorno e mezzo qui a Elphinstone: non ci sarà spazio per la noia…


La balena e l’infradito


Eravamo andati fin laggiù per vedere le balene, ma non abbiamo visto nulla. Non lo sapevamo ovviamente, altrimenti non ci saremmo andati. Erano passate da poco, nel mare grigio con la nebbia, dirette nell’Artico per la stagione dei banchetti e delle abbuffate, dopo aver bighellonato e fatto orge nelle calde acque delle Hawaii. Eh le balene se la godono.

Sul gommone da 10 posti bardati come astronauti abbiamo pattugliato le acque del sound invano: qualche gabbiamo ed una sola coda. Doveva essere una balena vecchia o malata, in netto ritardo sulle sue compagne. Probabilmente non si sarebbe più spostata dal Sound facendone la propria casa e probabilmente la propria tomba. Il mare è una grande tomba ed una grande nursery allo stesso tempo, non si butta via niente, tutto si ricicla.

Che strana balena però, poteva scegliersi un altro posto dove morire, magari le Hawaii dove fa più caldo e soprattutto dove poteva chiudere in bellezza incappando in un maschio particolarmente focoso e miope con il quale condividere gli ultimi piaceri della vita senza alcuna inibizione, morendo così felice ed al caldo, invece che da sola e al freddo.

Ma si sa, a volte le balene fanno come le persone, continuano a fare le stesse cose per una vita, così per indolenza, senza chiedersi se nel frattempo c’è qualcosa di meglio in giro. Come le balene, su e giù per la costa occidentale americana per una vita, senza un minimo di curiosità per tutti gli altri posti del mondo, molto meno freddi tra l’altro.

Qua infatti fa discretamente freddo, non so come faccia lo skipper a stare con l’infradito, è troppo curioso: muta da sopravvivenza in acque gelide, berretto di lana ed infradito.

E vogliamo parlare dell’infradito? dello skipper intendo. Teoricamente è al posto giusto: ai piedi di un tizio, su di un gommone, in mezzo al mare. Ma a scavare sotto le apparenze in pratica qua ci sono quasi  5 gradi in acqua e la persona che lo indossa ha una muta da sopravvivenza in mare quindi l’infradito guardando alla sostanza non è proprio nel posto giusto. C’è quasi sempre una bella differenza tra la teoria e la pratica. Peccato che la vita sia fatta di pratica, o meglio, fortuna che lo è! A volte penso che la pratica sia stata chiamata così per distinguerla dalla teoria che a volte, diciamocelo francamente è fine a se stessa e del tutto inutile, proprio come un’infradito al piede di uno skipper con 5°.


Swim The Island: arriva anche il cimento invernale


Messaggio a chi sta bene nel blu, anche quando intorno rischia di esserci il bianco (almeno a partire da una certa altitudine): segnatevi questa data, domenica 8 gennaio 2012, e ricordate questo posto, Bagni Stella Maris di Bergeggi.

E sì, perché lì si svolgerà il  1° CIMENTO Invernale nell’Area Marina Protetta di Bergeggi.

Sarà un cimento invernale, non una vera gara, ma l’organizzazione, la stessa di Swim The Island 2011 (Matteo di Bewater), promette un vero e proprio percorso. Insomma ci sarà da nuotare e, viste le temperature dell’acqua (inciso: la temperatura basale del Mediterraneo è intorno ai 12°; ora siamo sopra le medie stagionali, quindi facendo due conti si può sperare al massimo in una temperatura di 13° o 14° – ve lo dice un vetereno dell’apnea fatta d’inverno…), sarà meglio accelerare il ritmo una volta a bagno…

E siccome bisogna essere un pò fuuoooori per fare un cimento invernale, sono caldamente auspicati costumi, travestimenti e altre goliardate, in linea con lo spirito della manifestazione.

L’organizzazione è la stessa di Swim The Island, quindi io conto su un pantagruelico e caldissimo ristoro… orche, beluga e soprattutto trichechi, fatevi sotto!

PS è già uscita la locandina di Swim The Island 2012 – e allora incominciate ad annotarvi che una certa domenica di ottobre avrete un impegno con il nuoto in acque libere!


Lo squalo bianco 2: l’attesa


Terminati i 3 tentativi di adescamento degli squali con foca di moquette (di più non se ne fanno per evitare di influire in maniera permanente sul loro comportamento) passiamo all’immersione in gabbia. Nulla di ciò che si vede nei documentari come gabbie in alluminio che si adagiano sul fondo,  semplicemente un cilindro artigianale con anima in acciaio ricoperta da rete metallica: sulla parte superiore sono fissati dei parabordi, un portello per consentire l’ingresso ed una cima di ormeggio per grosse navi a tenerla vincolata alla barca. A metà altezza della gabbia, un‘apertura per consentire le foto.

Mark, ex broker della city londinese che ha deciso di cambiare vita, inizia a pasturare o meglio infila in acqua un sacco di juta pieno di alici che iniziano così a rilasciare il loro profumino e poi lancia in acqua una testa di tonno vincolata alla barca da una cimetta. Bob nel frattempo tira fuori da un gavone un enorme bastone di 15 cm di diametro con il quale inizia a percuotere il fondo della barca (che spero resista…!!). Pare che queste siano condizioni irresistibili per uno squalo ed effettivamente non rimaniamo soli a lungo.

Il primo ad arrivare è un piccolo bianco che si avventa ingenuamente sulla testa di tonno, ruota su se stesso mostrando metà testa fuori dall’acqua e spalanca la bocca, Mark è però più lesto a recuperare la cima e a rigettare in mare l’esca non appena il selace perde interesse. Il suo occhio è perfettamente tondo e nero. Quando si “sporgono” fuori dall’acqua questi squali protrudono il bulbo oculare in modo da variare l’angolo di incidenza della luce sulla retina. Il loro occhio è infatti progettato per vedere in acqua che è più densa dell’aria, ma in questo modo ci vedono abbastanza bene anche fuori. Anche la rotazione del corpo non è casuale (quasi nulla in natura lo è): avendo la mandibola più arretrata rispetto alla mascella hanno due soli modi per mordere, dal basso verso l’alto, oppure se sono sullo stesso piano della preda devono ruotare su loro stessi. Bene! ora che la lezione di Quark dei poveri è terminata, torniamo al nostro “piccolo amico” il quale deluso dal tentativo andato a vuoto descrive una circonferenza ispezionando i fuoribordo della barca con qualche morsetto ma poi all’improvviso sparisce con un guizzo.

Capiamo tutti che è molto probabile sia arrivato uno squalo più grosso. Ed in effetti non c’è bisogno di scrutare il mare a lungo quando un grosso bianco si mostra in tutta la sua imponenza. Nuota appena sotto la superficie dell’acqua e la presenza del plancton ci impedisce di identificarne bene la sagoma ma non la mole. Nuota lentamente accanto alla barca in uno spazio lattiginoso, la superficie del suo corpo è indefinita rispetto all’acqua che lo circonda al punto da sembrare una presenza eterea, quasi proveniente da un altro mondo. La testa è così grande da sembrare finto.“He’s the boss!” esclama Bob. Qua gli squali sono conosciuti per nome.

Attratto dalla testa di tonno la punta e riesce a morderla. Mark arriva in ritardo e cerca di strappargliela recuperando la cima ma lo squalo è ovviamente più forte ed infastidito da quella resistenza inattesa sbatte la coda contro la fiancata della barca sollevando uno spruzzo d’acqua che mette fuori uso la telecamera di Sara. L’impari battaglia dura pochissimo, lo squalo strappa la cima e si porta dietro il succulento trofeo lasciando il galleggiante giallo librarsi nell’aria. Non si allontana dalla barca, rimane appena sotto la superficie e di tanto in tanto scuote la testa da un lato all’altro.

A questo punto decidiamo di essere in buona compagnia, caliamo la gabbia.