Non mangiatemi


Se date un’occhiata al banco dei surgelati nei supermercati, è facile che vi imbattiate in tranci di carne di squalo, tipo quello riportato nella foto scattata all’Esselunga di Viale Suzzani di Milano. Tranci così si trovano un po’ in tutti i supermercati italiani.

Il messaggio che voglio darvi è semplice e diretto: non comprate mai carne di squalo. Non mangiate gli squali.

Le motivazioni sono varie e le riporto in ordine casuale.

  1. Sono animali a rischio estinzione, come altri predatori in cima alla catena alimentare dell’oceano.
  2. La loro diminuzione, o addirittura la loro estinzione, causa gravi squilibri all’ecosistema marino.
  3. Uno squalo vivo, oltre ad essere bello, vale molto più di uno squalo morto, perché dà lavoro alla gente: ad esempio i centri diving portano i subacquei ad immergersi con questi animali, dando lavoro a guide, skipper, personale amministrativo, ecc. Inutile dire che con squali vivi e abbondanti, si tratta di un’esperienza ripetibile, che genera reddito per chi è coinvolto. La pesca di uno squalo è invece “una tantum”: dopo che lo hai ucciso, è finita. E la carne, non essendo particolarmente pregiata, è venduta a basso prezzo. Gli squali ci mettono un sacco di anni a raggiungere la maturità sessuale, generano pochi squalotti, quindi la loro cattura ne riduce molto velocemente il numero. Economicamente, la pesca dello squalo è un nonsenso, roba da disperati.
  4. La carne degli squali non è particolarmente buona e soprattutto è piena di mercurio (ndr questo vale anche per pesce spada e tonno). Il mercurio fa malissimo al nostro organismo, perché può produrre cecità (non è una leggenda metropolitana, come quella legata a certe pratiche adolescenziali…qui è tutto vero) e altri gravi disturbi del sistema nervoso.
  5. C’è un sacco di altro pesce che non presenta questi problemi e inoltre è buono e anche a buon prezzo (qualche  esempio? pesce spatola, palamita, sgombro, sardine, acciughe). Chi dice che questi pesci non sono buoni è perché non ha mai avuto occasione di assaggiarli cucinati come si deve – presto su questo blog ricette a base di pesce 😉
  6. Assurdo pensare che lo sterminio degli squali sia in fondo una cosa giusta “perché gli squali attaccano l’uomo”: gli attacchi sono rarissimi, è molto più probabile essere colpiti da un fulmine o essere sbranati da un cane. Io ho fatto centinaia d’immersioni con squali, anche grossi e potenzialmente pericolosi, sia in apnea che con le bombole e mai, dico mai, ho visto il benché minimo accenno di aggressività nei miei confronti.
  7. E poi, gli squali sono troppo belli per essere mangiati…Questo breve filmato girato con la GoPro non riesce (a causa della mia imperizia) a fare completa giustizia della composta eleganza di questi curiosissimi figli di Nettuno che ho incontrato più volte al largo delle isole Azzorre. Ma almeno un’idea ve la può dare.

Per la cronaca, in Italia gli squali più comuni sul banco del pesce sono la verdesca, o squalo azzurro, o squalo blu (la specie del filmato), il palombo o nocciolino, lo smeriglio, il mako. Lasciateli perdere. Non com-pra-te-li. Protestate con la direzione del supermercato. E compratevi invece altri pesci la cui pesca o allevamento è ecosostenibile: farete un gran bene alla salute di mari ed oceani. E forse i vostri figli e nipoti potrenno nuotare in mari ricchi di creature marine, anziché in acque senza vita. Pensateci.


Lo spirito di Bergeggi


Alla partenza un signore anziano alto, quasi quanto me, e magro, ha attirato la mia attenzione.

Aveva scarpe da barca lise ed  un paio di bermuda azzurri . Un k-way ed un cappellino da pescatore a proteggergli la testa dalla sottile pioggerellina che cadeva.

Mi sono detto “cosa ci fa quest’uomo in mezzo a quello che di li a poco si trasformerà in una tonnara.. rischia la vita!”

Ma lui, calmo, era leggermente ricurvo, non solo per l’età: come se reggesse qualcosa. Osservando meglio ho visto che teneva un accappatoio sulle spalle di qualcuno. Probabilmente la moglie, anche lei quasi ottantenne, con cuffietta di Swim The Island numerata e chip alla caviglia.

Alla partenza la vecchietta si è scrollata di dosso l’accappatoio, lasciandolo nelle mani del signore, e si è gettata in acqua con tutto l’impeto che l’età le concedeva.

Nella confusione post-gara non ho più rivisto nessuno dei due.

(…Sì, ma pensiamo stiano bene – Nota di Rockzen – se no i lettori si preoccupano…) 


Nuoto in acque libere, apnea…bello ma cosa mangio prima?


Domande frequente tra amici e conoscenti: cosa mangio prima di una gara come Swim The Island o di una sessione seria di tuffi in apnea? che tipo di colazione posso fare? e se poi viaggio tre ore e mi viene fame proprio prima della gara?

Non essendo un nutrizionista, provo a rispondere ai quesiti proprio come farei con un amico, semplicemente sulla base della mia esperienza di triathleta (un sacco di anni e vari Ironman sul groppone), di maratoneta e di apneista “tecnico”, che si è sempre documentato e ha scambiato esperienze con altri atleti “mediani a vita” come me. Non cercate le finezze: qui si guarda all’elefante e non alla mosca che ronza intorno al suo testone.

Vi dico quindi come mi comporto io, vediamo se vi può servire a qualcosa. Quanto sto per dire va bene sia per il nuotatore d’acque libere che deve affrontare una gara o un lungo allenamento, sia per l’apneista che fronteggia una gara o una sessione impegnativa d’allenamento profondo in mare o lago.

Sera prima

L’idea è di accumulare energia. Quindi carboidrati: pasta, o riso. Va bene anche la pizza se la digerite bene. Condimento semplice: evitate intingoli troppo complicati. Mangiate anche un po’ di verdura e/o frutta se vi va. Ci sta anche un dolcino casalingo, tipo una fetta di crostata alla marmellata. Il tutto senza eccedere, in quantità normale. Pensate che prima di un Ironman anni fa vidi (giuro, non lo dimenticerò mai, anche perché era un mio compagno di squadra…) un triathleta mangiare tre piatti di pasta, due bistecche, patate al forno, pane, insalata, dolci vari: il giorno della gara era un chiodo totale. Voi evitate gli eccessi: normalità è la parola d’ordine.

Bevete acqua, ma anche qui senza esagerare. Dovete arrivare idratati ad un appuntamento sportivo, d’accordo, ma è inutile bere tutto la sera prima… servirà solo ad andare in bagno 300 volte di notte e quindi dormire malissimo. Evitate senz’altro il limoncello o il mirto anche se sono buoni. Ma se siete abituati a bere un bicchiere di birra o di vino rosso a cena, potete berlo e non avrete problemi. Qualche anno fa ho assistito alla cena del grande Carlos Coste prima del suo tentativo riuscito di record mondiale di apnea profonda in assetto variabile: si è tranquillamente bevuto un quartino di rosso.

Colazione

Se possibile andrebbe fatta 2h-2h30’ prima della gara (ma non sempre è possibile, per motivi di viaggio). Io mangio pane tostato con marmellata o miele, un frutto (mela o pera o pesca), oppure un succo di frutta (tipo pesca, pera, albicocca, per me facilmente digeribili), uno yogurt da 125 gr. (per avere un po’ di proteine facilmente digeribili). Va bene bere un caffè o del tè (se siete un’apneista, lasciate perdere, vi darà tensione e non aiuterà ad andare profondi). Evitate la spremuta di agrumi, che provoca acidità di stomaco (bevetela gli altri giorni). La colazione deve essere nutriente ma leggera: insomma non abbuffatevi.

Prima della gara/uscita in mare

Innanzitutto mantenetevi idratati bevendo regolarmente: diciamo che ½ litro o poco più nella mattinata intera dovrebbero bastare. Se dalla colazione alla gara passano più di 4 ore, un paio d’ore prima della gara mangiatevi una pezzo di focaccia, un piccolo panino con un po’ di marmellata, oppure una manciata di biscotti secchi.

Mezz’oretta prima della gara, o dell’uscita in mare, sparatevi un gel liquido a base di carboidrati/maltodestrine (se andata da Decathlon ne trovate a bizzeffe, di varie marche), bevendo almeno un bicchiere d’acqua subito dopo, altrimenti okkio che il gel vi disidrata.

Provate gente. Poi mi direte se con voi funziona.


Bergeggi, Swim The Island 2012: una certezza, una riconferma


E alla fine ci siamo trovati lì, il 22 settembre, sulla spiaggia di ciotoli e ghiaia di Bergeggi, a poca distanza da Savona, pronti a nuotare di nuovo intorno all’isola omonima, per quella che si avvia a diventare una gara classica di nuoto in acque libere.

Ormai abbiamo deciso, il mio socio Aqua2 ed io, che questa Swim The Island la faremo tutti gli anni. A meno che non ci sparino nella schiena.

Sì, perché è stato proprio bello.

Il tempo era strano, stregato: l’aria era carica di burrasca e pioggia, il mare inquieto, con l’onda in crescita proprio durante lo svolgimento della gara (per poi calmarsi poco dopo – come da legge di Murphy). Ma diciamolo: nuotare con l’onda è nuotare nel mare vero e, chi legge questo blog da un po’, sa che nel mare vero noi di StoBeneNelBlu ci sguazziamo. Guardate la foto dell’arrivo di alcuni nuotatori e capirete a cosa mi riferisco quando dico che era mare vero…

L’organizzazione della gara, già ottima lo scorso anno, è stata ancora più fluida quest’anno, con un’attenta gestione della consegna dei pacchi gara.

Quindi siamo partiti in perfetto orario: alle 12 e 20 via! con la classica “tonnara” di nuotatori che non vedono l’ora di partire e si accavallano l’uno sull’altro nei primi metri, per poi sfilacciarsi e frammentarsi in piccoli gruppi.

L’acqua era scura, ma limpida, quasi da Oceano Atlantico centrale. L’onda formata sbatteva contro i nuotatori e nascondeva le boe di segnalazione del percorso, rendendo non proprio banale la navigazione. Io ho nuotato in scioltezza, con un orecchio sigillato da un tappo per un’otite purulenta (sic), pieno di antibiotici fino al midollo. Quindi sono contento del mio 56’ fatto in queste condizioni fisiche disastrate. Avevano provato (saggiamente) a dissuadermi quasi tutti: moglie, madre, socia, colleghi, otorino – ma non Aqua2O e nemmeno, onore al merito, mio figlio di dieci anni (“Papà, se ci tieni, vai” – buon sangue non mente). Io, testa dura di orango acquatico, ci tenevo troppo ad essere in acqua. E comunque alla fine sono qua, alive & kicking. Quindi forse avevo ragione io…

La gara lunga, 3500 m. abbondanti  (perché a meno di non avere un GPS impiantato nel cranio è impossibile tenere una rotta perfetta, sicché qualche metro in più si fa)  per me è passata in un attimo: mi sono goduto l’acqua, il panorama subacqueo, il nuoto in sé. Stessa cosa mi ha detto Aqua2O. Che, va proprio sottolineato, con due gemelli piccolini in famiglia, sta dormendo da mesi 2-3 ore per notte: eppure stamattina è balzato in piedi alle 6 e 30 per fare questa gara. (Beh, a dire il vero lo avevano già svegliato i due salsicciotti…)

Effettuare il periplo dell’isola di Bergeggi è magnifico: solo questo vale la partecipazione a Swim The Island.

L’assistenza ai nuotatori è stata perfetta: tanto i primi quanto gli ultimi hanno avuto sempre nei dintorni canoe, imbarcazioni e tavole da surf con assistenti pronti ad aiutare in caso di bisogno. Anche solo indicando la via a chi si allontanava troppo dalla traiettoria ideale.

Il momento emblematico di questo evento? Trovarsi noi due a fine gara, asciutti ma con il sale addosso, un po’ stanchi, seduti sui ciotoli di fronte al mare, con in mano un piatto di pasta offerto dal ristoro e un bicchiere di vino, a goderci la ricca semplicità del momento.

PS: chi non avesse ancora trovato le classifiche (sia della gara da 3500 m. che di quella da 1700 m.), può consultarle qui  subito e da martedì 25/9 sul sito ufficiale della gara.  E per chi volesse fare un confronto con l’edizione dell’anno scorso, queste sono le classifiche 2011.


Swim The Island 2012: nuota nel blu con noi


Liberate lo spirito selvaggio, si va in acqua!

Se vi piace nuotare, allora non fate le chiaviche e il 22 settembre mattina presentatevi ai Bagni Stella Maris di Bergeggi (Sv) per una bella nuotata in acque libere: Swim the Island 2012. Ce n’è per tutti i gusti, dalla gara mini di 400 metri, a quella media di 1700 metri, a quella lunga, di 3500 metri.

E’ un evento unico nel suo genere, si nuota nell’Area Marina Protetta di Bergeggi, in provincia di Savona: paesaggisticamente è uno spettacolo. Molti runners da anni viaggiano in terre lontane per correre delle 10 Km o delle maratone: e allora perché non fare un salto a Bergeggi per una gara di nuoto in acque libere?

L’anno scorso è stato bellissimo – leggete qui – con una memorabile organizzazione di Bewater.

Noi due, Aqua2O e RockZen, quest’anno avevamo seri dubbi circa la nostra partecipazione. Giusto per capirsi, Aqua2O ha due gemelli di 7 mesi: non occorre un dottorato in medicina per trarre le logiche conseguenze sulla sua carenza cronica di sonno (e tempo per allenarsi) e il suo attuale stato di allenamento. Quanto a me, io sono un apneista massacrato in agosto da un barotrauma ad un orecchio (procuratomi in perfetto stile da idiota), che mi ha costretto a prendere una tonnellata di medicinali: ho più cortisone nel sangue che globuli rossi.

Ma poi ci siamo guardati negli occhi, il mio compare e io, e ci siamo domandati a vicenda: possiamo noi mancare? manco morti! …ormai Swim the Island è nella nostra agenda perenne. E anche nel cuore.

Dunque ci vedremo alla partenza, se vorrete farvi il regalo di venire. Alla peggio arriveremo tutti strisciando sul fondo come oloturie. Ma arriveremo.

Questi i riferimenti per iscrivervi e per la logistica.

Forza gente, avete nuotato abbastanza in piscina, siamo fatti per nuotare in acque aperte, perciò non fate gli smidollati, e venite: ci vediamo il 22 settembre a Bergeggi.

Mare, nuoto, mare, nuoto, mare…


In apnea con i delfini


Qui alle Azzorre fare apnea con delfini ed altri cetacei, o semplicemente nuotare assieme a loro guardandoli con la maschera dalla superfice, è una realtà. Una bella realtà.

C’è di tutto: ci si può immergere con tursiopi, delfini comuni (che poi così comuni non sono), grampi, stenelle maculate e stenelle striate, tanto per citare i cetacei più frequenti. Se non fosse per una legge portoghese che esclude l’immersione con un tot di cetacei, legge che accetto ma che odio profondamente con tutto il mio essere, ci si potrebbe immergere anche con balene pilota e pseudorche (e anche con l’orca, visto che ogni tanto si fa vedere), animali considerati potenzialmente aggressivi. Ma tant’è, non capisco ma mi adeguo.

Per evitare di disturbarli, è vietato immergersi pure con i grandi cetacei (capodogli, balenottere azzurre e compagnia bella): si possono vedere dalla barca, anche da molto vicino, facendo whale watching. Però niente incontri subacquei a meno di non essere ricercatori o documentaristi. Anticipo che Aqua2O ed io stiamo lavorando su un progetto in tal senso…

Ma veniamo ai delfini. Dimenticate i telefilm melensi che guardavate da bambini, con i delfini in cattività, coccolosi e dalle pinne mosce: questi sono supervispi, fisicamente tosti e hanno carattere. Il che significa che se non hanno voglia di stare lì con voi se ne vanno. Sono animali dell’oceano, selvaggi e liberi – quanto di più invidiabile si possa per me desiderare essere

E’ divertentissimo. Si parte con il CW Azores su un gommone, armati di maschera, snorkel, muta e pinne. Si vola sull’oceano fino ad incontrare qualche branco di delfini. Attenzione, non è un incontro lasciato al caso: da terra, dalle postazioni un tempo utilizzate per avvistare le balene e segnalarle alle baleniere, ora operano avvistatori, molto più ecologici nello spirito, che indirizzano gli skipper in modo preciso. Poi ci si prepara, ci si avvicina al branco di cetacei e al segnale dello skipper si entra in acqua, due alla volta.

Ora siamo qui, proprio a qualche miglia da Pico, a ripetere quest’esperienza. Il mio compare Aqua2O ed io siamo prontissimi. Facciamo vari tentativi, tutti a vuoto, di entrare in acqua con un branco di grampi (cetaceo bellissimo – vedi foto), che dopo essersi lasciati avvicinare con la massima tranquillità in mattinata, oggi puntano il muso al largo ogni volta che il gommone si avvicina. Non hanno voglia. Poi incontriamo un branco di tursiopi. Sono grandi, massicci e quasi neri. Ok, ci accettano, riusciamo ad accostarci al branco. Bene, vediamo come se la cavano questi delfini delle Azzorre con l’apnea.

Mi ventilo mentre ci avviciniamo. Monopinna ai piedi, maschera, GoPro accesa…sì, respirone finale e…GO! giù subito nel blu! Ho provato quest’esperienza varie volte e ho ormai le mia tecnica un tantino elaborata, consigliatami da Michael Costa, lo skipper più skipper dell’isola di Pico, con queste esatte parole: “Tu che sei un apneista, vai giù, scendi ignorandoli ed esegui della capovolte, delle evoluzioni, nuota sott’acqua, ma fai finta di niente: vedrai che loro verranno da te”. (Un po’ come bisognerebbe comportarsi con le donne, no?)

E così faccio. E loro si avvicinano, vengono a curiosare, poi si allontanano, poi tornano ancora. Fanno dei suoni, che nel mio (miserabile) video si sentono. Provo anche ad imitarli, ma poi mi ricordo del detto milanese “panatè fa el to mestè”, sicché per evitare incomprensioni e gaffe linguistiche lascio perdere i tentativi di comunicazione.

Che altro dire? E’ bello, facile e coinvolgente. Se avete dei bambini che stanno bene in acqua portateceli, se potete, probabilmente gli cambierete per sempre la vita. In meglio. E se non li avete, andateci voi: è un grosso regalo, un’esperienza che va dritta al midollo spinale.


Principessa Alice fammi sognare


Principessa Alice: vent’anni, occhi verdi, gnocca, residente su una torre altissima, in attesa di essere liberata.

E’ questo che vi aspettate?

E invece no: Principessa Alice (o Princess Alice per le carte nautiche internazionali) è un “banco”, una vasta altura sottomarina che si erge da un fondale distante migliaia di metri per arrivare fino a circa 30 metri dalla superficie, a 50 miglia nautiche dalle Isole Azzorre.

Come una vera principessa, sa farsi desiderare: per raggiungere Princess Alice occorrono due ore abbondanti di navigazione in pieno Oceano Atlantico, non sempre gentile verso i Sapiens Sapiens. Non raccontiamoci frottole: anche se gli amici del Cetacean Whaling Azores fanno il possibile per rendere il più confortevole possibile la navigazione (che è super-professionale, con tanto di pic-nic a bordo compreso), arrivarci non è comunque una passeggiata.

Ma poi, ne vale la pena? Eccome. Perché, come un’avvenente pricipessa in carne ed ossa, anche questa particolarissima principessa offre molto a chi si mostra capace di raggiungerla: è il mare delle meraviglie.
Qui, nel mezzo del nulla, dove la terraferma è solo un ricordo, l’oceano pullula letteralmente di mobule (la mobula è la parente più piccola della manta; stiamo comunque parlando di pesci con un’apertura alare tra i 2 e i 3 metri).

Le mobule si assembrano qui a decine e decine, non si sa esattamente perché, se per riprodursi, o perché è una “cleaning station”, un luogo dove trovano altri pesci pronti a liberarli dai parassiti, o forse perché è semplicemente un posto ricco di nutrienti. Fatto sta che lo spettacolo delle mobule di Princess Alice è unico: guardate questo video fatto con la mia videocamera d’assalto, la GoPro, e vi farete un’idea.
Veleggiando come aquile nelle acque sovrastanti la montagna sottomarina, le mobule accolgono i naviganti e i subacquei in superficie: grandi macchie color nocciola che vagano appena sotto il pelo dell’acqua.
Non appena t’immergi, le mobule ti raggiungono come un grande stormo di alieni subacquei, ti circondano, volteggiando in circolo intorno a te, sempre più vicine, anche a 30 cm dalla maschera. Uno spettacolo naturale incredibile.
Va peraltro detto detto che in queste acque si può incontrare di tutto: ogni genere di cetaceo e pesce pelagico, squali inclusi. Oltre a mako e verdesche, qui intorno alle Azzorre girano anche varie specie di squalo martello. E ogni tanto avvistano pure il bianco.
Nell’ultima immersione, tanto per dire, oltre a decine di mobule, ho visto una grande manta (Manta Birostris, la cugina più cresciutella), un branco di carangidi, qualche tonno e un gruppo di wahoo. Non male la principessa, no?


Colazione con lo squalo blu: la verdesca


“Anyway, you are in the open ocean with wild animals, use your common sense”.

Così Martin, la nostra guida del C.W. Azores, chiude il briefing che prelude l’immersione alla ricerca di squali mako e verdesche. E poi via, si parte di mattina presto, direzione Banco do Condor, 22 miglia marine da Pico, isole Azzorre. Siamo in perfetto orario per portar la colazione agli squali: teste mezze marce di tonno e pesce serra, zuppa putrescente di interiora e sangue di pesce azzurro assortito. Ognuno ha i propri gusti, ok?.
Giornata fantastica, sole caldo e mare calmo. La Ginjinha (liquirino portoghese alle amarene) della sera precedente sembrerebbe completamente smaltita e la navigazione passa alla grande. Incontriamo anche un branco di delfini comuni e uno di stenelle maculate, roba che ti mette sempre di buon umore.
Una volta sul Banco di Condor, la prima verdesca arriva pochi minuti dopo l’inizio del rito della pasturazione. E’ un maschio adulto di dimensione seria, che punta deciso la testa di pesce serra lasciata a profumare le acque dell’Atlantico: la verdesca cerca d’azzannare ripetutamente il boccone, aggressiva. Alla fine ce la fa, la strappa dalla cima dopo una lotta senza storia con Martin, il divemaster under 25 più tosto delle Azzorre. Mi piace vedere quello squalo testardo che se la fila tutto contento con la testa di pesce tra i denti.

Peccato che poi non si veda più manco l’ombra di uno squalo per un bel po’… Dopo un’ora passata a dormicchiare sdraiati sui tubolari del gommone, nell’arco di i pochi secondi arriva un gruppetto di verdesche: e allora vai, sveglia! tutti in acqua!
Immersi nel blu. E’ il solito ipnotico spettacolo di eleganza: attenzione, dà completa assuefazione. Ci sono cinque belle verdesche, squali blu di lunghezza compresa tra i 2 e i 3 metri, che nuotano con noncuranza in mezzo a noi, gli alieni sgraziati giunti nel loro mondo pelagico.


In questo video la mia imperizia con la videocamerina GoPro nuova fiammante non rende giustizia a queste creature del blu profondo: nessuna videocamera, figuriamoci la mia, registra appieno il blu iridescente dei loro dorsi, che sotto il sole vira al verde smeraldo.

Questi sono i figli dell’oceano.


Azores, Ilha Negra, luglio 2012


Toh, Alfonso, guarda: abbiamo un blog!
Quasi ce ne dimenticavamo…

Ora, tornato alle mie amate Azzorre, a questi grumi di lava nel mezzo dell’Oceano Atlantico, torno anche al blog, ultimamente un po’ trascurato.

Ed eccomi ancora qui, sull’Ilha Negra, come i nativi chiamano l’isola di Pico, a fare immersioni in cerca di squali, cetacei, mante e quant’altro il selvaggio Oceano Atlantico ci vorrà regalare, in compagnia del mio amico Alfonso (alias Aqua2O), un altro matto come me. Materiale per il blog ne verrà fuori senz’altro.

Amo queste isole nere coperte di verde e circondate dal blu. Sento che un giorno verrò a vivere qui, dove sento più intenso il mio legame di sangue con l’oceano.


Buona pesca


Finalmente ci siamo! Dopo tante domeniche di pianificazione terminate in un nulla di fatto, dopo tante volte in cui l‘umore andava a mille e poi a zero perché rimandavamo,  dopo tante volte in cui mi sono immaginato come potesse essere tutto, nei minimi dettagli, fomentato dalla lettura dei fascicoli settimanali della Enciclopedia del Mare di Jacques-Yves Cousteau che compravo con la mia paghetta domenicale di 350 Lire, finalmente, mio padre mette la sveglia alle 6. Si va a pesca con zio Gennaro.

Zio Gennaro non fa il pescatore, ma abita a Pozzuoli ed ha una barchetta in vetroresina di colore rosso con un Volvo Penta da 6 cv, ai miei occhi una flotta baleniera ed io il capitano Akab.

Inutile dire che ho passato la notte in bianco, con il mal di stomaco dall’eccitazione.

Quando ci svegliamo è ancora quasi notte ma non troppo. Quel grigiore scuro che tende lentamente a schiarirsi al pari dei pensieri che dapprima confusi tendono poi a prendere lucidità a mano a mano che il sole sorge.

Dopo un’abbondante colazione fatta sul gelido piano in marmo della nostra cucina ci mettiamo in viaggio. La tangenziale è deserta e l’enorme sole che stà per nascere ci guida in poco tempo verso Pozzuoli dove carichiamo Zio Gennaro e Procolo.

Arrivati al porto, si fa per dire, scarichiamo l’attrezzatura: il serbatoio rosso con tubo e “pompetta” neri, una tanica di carburante supplementare, un paio di borse con panini ed asciugamani. Siamo a Baia, al Cimitero delle navi, un piccolo bacino nel quale vengono arenate le navi in disarmo prima di essere smantellate e rivendute a pezzi.  Il risultato è un budello emerso (e sommerso) di prue maestose, murate e timoni mezzi fuori e mezzi dentro l’acqua. Alcune barche sono ormeggiate in mezzo agli scafi, altre, tra queste quella di Zio Gennaro, sono oltre le navi. E’ mattino presto e l’aria è fresca, non si vede nessuno tranne un vecchietto in lontananza che con una remata lenta ma efficiente punta verso di noi. Io nel frattempo sgattaiolo in giro a curiosare e mi imbatto in una gabbia con un uccello enorme, ha un becco ricurvo e lunghi artigli “E’ nu’ falc’ pellegrin, l’amm’ truvat ca scella sp’zzat.” mi apostrofa una signora, poi “Alfonso ! Alfonso!” mi chiamano, si và. Saliamo a bordo del natante del nostro Caronte e dopo qualche minuto trasbordiamo sulla barca di Zio Gennaro. Ci sistemiamo, colleghiamo il serbatoio e partiamo, destinazione Allevamento di cozze di Baia.

Appena doppiato il promontorio di XXX caratterizzato da una bellissima grotta passante nel tufo che protende verso il mare a proteggere la baia, (sono rocce antichissime al cui interno vivono ancora testimonianze di civiltà millenarie come le gallerie di fuga scavate in epoca romana), ci appare una distesa di bidoni rossi e blu dai quali protendono verso il fondo lunghi filari di cozze, bocconi succulenti per l’intera fauna marina ed umana del luogo.

Ormeggiamo ad uno di essi, gettare l’ancora sarebbe impossibile per una barchetta come la nostra, il fondo nel Golfo di Napoli arriva a 700 metri e dove siamo supera tranquillamente i 60. Caliamo i bolentini ed aspettiamo. Il mare è calmo ed il sole piacevolmente caldo.

La pesca nell’allevamento di cozze non è mai un granchè, bavose occhiute e pinterrè sono le prede più comuni, pescetti da zuppa poco pregiati nulla al cospetto di sua maestà il pagello o sua altezza l’orata. Mio padre è il primo a sentire la toccata, dà uno strattone ed inizia a recuperare, il pesce sembra grande per quanto tira ma in realtà non lo è. Le bavose occhiute (Blennius ocellaris Linneaus) infatti, dopo aver abboccato, cercano di aumentare la resistenza all’acqua allargando le pinne ventrali che nel loro caso sono molto avanzate e grandi rispetto alla coda, questo consente loro di opporre una resistenza sproporzionata rispetto alla mole che hanno e sembrare quindi più grandi. Salpata a bordo Zio Gennaro l’agguanta con un’asciugamani, la slama e la mette nel secchio. Si continua, anche lui ne prende una ed andiamo avanti così per un bel pò fino a riempire metà secchiello. A ridosso di mezzogiorni però decidiamo di cambiare posto e tecnica di pesca, ma prima di andare voglio fare un tuffo.

“Guarda che qua è profondo” mi dice mio padre. Io mi sporgo oltre il bordo agguantandolo con le mani e sporgendovi oltre la testa quasi a sfiorare l’acqua a causa del rollio provocato dallo spostamento del mio corpo. In effetti la superficie è di un blu scuro impenetrabile ed anche il filone di cozze che si dipana dal bidone al quale siamo ormeggiati scompare dopo appena qualche decina di centimetri. Riporto il busto all’interno della barca, provocando un rollio di pari intensità in direzione opposta ma mi voglio buttare lo stesso. Prendo le mie pinne nere, della Rondine, totalmente in caucciù credo, le bagno e le indosso con difficoltà. Goffamente mi sposto a sinistra scavalcando il bordo e mi butto. Mi iperventilo, la vecchia scuola di Enzo Maiorca, e faccio la capovolta. Ovviamente senza maschera non vedo niente, tastando a caso trovo il filone di cozze lo agguanto e cerco di utilizzarlo per guadagnare qualche metro. Il tentativo è misero, la mia resistenza a trattenere il fiato quasi inesistente e  le mani sono tute tagliuzzate dai bivalvi. Riemergo dopo una manciata di secondi e risalendo a bordo con qualche difficoltà mi tolgo le pinne mentre il Volvo Penta ci spinge faticosamente verso Trentaremi mentre mio padre prepara la valanzola. Questo tipico strumento di pesca che ero andato a comprare con lui in un negozio di sub al porto di Pozzuoli per seimila lire, consiste in un grosso retino dal diametro di circa un metro. Lo si riempie di ricci e granchi schiacciati, si aggiungono delle pietre per tenerla giù e la si butta a mare. Una volta sul fondo il profumo dei ricci attira i pesci, allora con uno strattone si cerca di intrappolarli e poi si salpa la valanzola il più presto possibile.

Non mi ricordo come ci siamo procurati i ricci ma quando abbiamo salpato il nostro attrezzo ricordo che era quasi vuoto, solo una piccola bavosa che abbiamo rigettato in mare ed un pinterrè che invece abbiamo tenuto. Andiamo avanti così per un bel pò, tra recuperi di valanzola quasi vuota, qualche panino da sgranocchiare e qualche bagno in un’acqua che ai tempi era limpida.

Nel pomeriggio decidiamo che è ora di mettere la prua verso casa. Zio Gennaro afferra la cima dell’ancora ed inizia a salpare, ma l’ancora non si muove. Molla tutta la cima, lascia scarrocciare la barca e riprova, ma niente. Allora mio padre ai remi cerca di variare l’orientamento dalla barca rispetto al punto presunto in cui si trovava l’ancora, ma ancora nulla, sembra saldata al fondo. Dopo circa 30 minuti di tentativi ci decidiamo a tagliare, ma proprio mentre la cima inizia a perdere i propri contorni di nitidezza iniziando ad inabissarsi, mio padre immerge tutto il braccio in acqua, l’afferra e tira! Recupera molto di più della lunghezza del proprio arto e poi ancora di più, l’ancora si era liberata e riusciamo a salparla. “Ci abbiamo rimesso una cima” dice Zio Gennaro, “Si ma meglio la cima che l’ancora!” replica mio padre e scoppiamo tutti a ridere. Zio Gennaro si sposta a poppa posizionandosi davanti al VolvoPenta, agguanta la cima dì avviamento e tira all’indietro. Il risultato è che la mezza cima compresa di maniglia gli rimane in mano, l’altra metà si riavvolge nel motore, come una vipera che colta allo scoperto si affretta a rintanarsi nel primo buco che trova. Incredibile, due sfighe di seguito così non si erano mai viste, ora siamo senza motore. Anche smontando la calotta del Volvo Penta ed avvolgendo la cima residua sul volano non si riesce ad avere abbastanza grip per farlo accendere e dopo qualche tentativo rinunciamo. A quel punto non restano che i remi. Procolo il figlio di Zio Gennaro ed io, siamo fuori gioco, io avevo circa 12 anni e Procolo un paio in meno, zio Gennaro è tachicardico, non resta che mio padre, che essendo cresciuto a Posillipo dove ha trascorso da bambino lunghe estati al mare aveva i remi nel dna. Si posiziona sulla panca, li agguanta ed inizia a vogare spalle a prua voltandosi di tanto in tanto per verificare la presenza di eventuali ostacoli che gli segnalavamo e per controllare la traiettoria. Fa caldo.

Dopo un bel po’, non mi ricordo quanto, scorgo le sagome arrugginite delle navi in disarmo messaggere dell’imminente conclusione della nostra bellissima giornata che avevo atteso per così tanto tempo e mi rattristo un pò. Non vorrei più scendere dalla barca e propongo di salire a bordo di una nave arrugginita per esplorarla al crepuscolo con una torcia, ma niente da fare, si torna a casa. Scarichiamo l’attrezzatura sulla barca del vecchietto ed in poco tempo siamo in macchina, accompagniamo Zio Gennaro e Procolo a casa e noi ci avviamo verso la nostra dove ci aspetta mia madre.

Io ancora eccitato per l’avventura appena vissuta ed orgoglioso del misero pescato come se fosse una ricciola da 50 Kg., corro verso mia madre che è già in ginocchio a braccia aperte. L’abbraccio di un genitore è il porto più sicuro al mondo, mamma, mamma! e le racconto tutta la giornata ….e poi mamma sono successe un sacco di sfortune, e Laura ci aveva anche augurato buona pesca!”

Poi da grande ho capito che l’infausto augurio è spesso foriero di un po’ di sana sfiga a prescindere dalle intenzioni di chi lo profferisce!