Lo squalo bianco I: acrobata tra cielo e mare
Pubblicato: 25 ottobre 2011 Archiviato in: immersioni, Squali, Viaggi subacquei | Tags: immersioni con squali, Squali, squalo bianco, Sudafrica Lascia un commentoLa traversata è breve, 30 minuti nel buio pesto, quando di colpo il motore rallenta e tutti iniziamo a scrutare in attesa di segnali di predazione naturale.
Il mare è grigio, una distesa di piombo fuso e l’alba inizia a farsi strada nel buio affondandvi le lunghe dita di luce. Regnano la calma ed una leggera onda lunga, tipica dell’Oceano.
All’improvviso un grande spruzzo e l’acqua si tinge di rosso. La foca giace agonizzante, lo squalo si allontana e poi ritorna. Questa scena si sussegue per tre volte ma è troppo rapida, è ancora troppo buio ed è imprevedibile il punto in cui si verificherà quindi impossibile da fotografare. Tra me e me penso: “se continua così siamo messi male”.
Nel frattempo il sole inizia a sorgere, l’umidità ed il freddo della notte lasciano il posto ad un piacevole tepore e la luce diventa mia alleata. Bob tira fuori da un gavone un pezzo di moquette modellato a forma di foca; lo scopo è trascinarla sull’acqua con una lenza sperando che lo squalo possa scambiarla per una foca vera e fare il salto in cui speriamo tutti. Non ci vuole molto prima che il nostro amico venga a farci visita. Pochi minuti dopo, infatti, un bianco non grandissimo (all’anagrafe dei biologi Carcharodon carcharias) di circa tre metri esce completamente fuori dall’acqua con tutto il corpo. Il rapporto peso/potenza è evidentemente molto vantaggioso vista comunque la sua mole. Il corpo è inarcato dallo sforzo, si distinguono chiaramente la zona dorsale grigio scuro, la parte ventrale bianca e l’occhio nero. La moquette è stretta tra i denti e sembra rimanere sospeso in aria per dei secondi, poi ricade pesantemente sull’acqua mollandola e sparisce deluso nel blu. La scena è velocissima e sorprende tutti, la foto è inservibile, tagliata a metà. Gli sguardi si incrociano, Mark, Bob ed io ci guardiamo in un misto di delusione e stupore e senza dire nulla ci prepariamo per il secondo tentativo.
Questa volta va decisamente meglio, dopo pochi secondi un possente corpo affusolato grigio e bianco emerge dall’acqua. Il salto si sviluppa parallelamente alla superficie e non in altezza forse per l’eccessiva mole dell’animale. Lo squalo agguanta la foca si avvita su se stesso ricadendo in acqua e sparisce. Stavolta i riflessi sono stati pronti e porto a casa un bel testone di squalo bianco in mezzo agli spruzzi. Sono contento! Anche Bob è soddisfatto e con il suo viso tondo, occhietti verdi e vispi ed un berretto di lana tirato sulla fronte mi sorride chiedendomi “Did you get him?” ed io gli rispondo “Oh yeah!”.
Sarebbe ora di andare ma lo skipper mi legge nel pensiero e vira di nuovo verso la costa mentre Mark prepara la foca di moquette per un ultimo tentativo. Dopo la virata il sole è di poppa, non proprio il massimo, ma ho appena il tempo di prendere posizione che uno squalo salta di nuovo abbandonando per qualche secondo il proprio mondo per sbirciare nel nostro. E’ abbastanza grande ma molto snello, agguanta la foca di moquette e si libra nell’aria per qualche istante mostrando il fianco prima che la forza di gravità lo risucchi a casa sua. In controluce, è quasi impossibile scorgere i diversi colori della pelle, solo una silhouette che si staglia nitida sull’azzurro del cielo. Ricade pesantemente facendo perdere le proprie tracce, quasi a volerci invitare a fare altrettanto ed infatti anche noi mettiamo la prua verso casa.
Sulla via del ritorno siamo tutti di buon umore e ci concediamo un panino commentando la bella giornata di mare. Quando ad un tratto i volti dell’equipaggio si contraggono nello sforzo di ascoltare un comunicato alla radio, sovrastata dal rumore del motore. Bob alza il braccio per invitarci al silenzio, poi s’incupisce all’improvviso. Mi avvicino per chiedere cosa fosse successo e Mark mi urla nell’orecchio che una barchetta di pescatori di 5 mt. si è capovolta.
Da queste parti a Seal Island in Sudafrica, in pieno luglio, l’acqua è a 14° ed è piuttosto mal frequentata: dei pescatori non si ebbe più notizia.
ZenAllenamenti apnea: quando si può solo nuotare
Pubblicato: 18 ottobre 2011 Archiviato in: Allenamento apnea | Tags: allenamenti apnea, nuotare, nuoto, tabella apnea Lascia un commentoInizio stagione degli allenamenti. Piscina nella quale non si può fare apnea. Oppure seduta dedicata al solo nuoto, perché abbiamo voglia di nuotare, non di fare apnea. Tempo a disposizione: proporzionale alla voglia, cioè poco, ossia 40’, 1h al max per i più motivati. Questa la scheda.
L’obiettivo della seduta è il miglioramento del gesto, l’aumento dell’efficienza neuromuscolare. Si ottiene con esercizi (volutamente semplici) e alcuni scatti brevi e intensi nei quali il cervello deve abituarsi a fare le cose bene e in velocità: quando tornerete su andature più umane noterete il miglioramento. Poche sedute e già ve ne accorgerete.
- 200-400 m. di nuoto in scioltezza – possibilmente variando stile;
- 4 x 25 m. gambe stile libero con tavoletta, andatura brillante, recupero 10’’ tra l’uno e l’altro;
- 4 x 25 m. gambe dorso con tavoletta, andatura ancora brillante, recupero 10’’ tra l’uno e l’altro;
- 4 x 25 m. gambe rana con tavoletta, come prima, ormai avete capito;
- 8-14 x 50 m. stile libero fatti così: 25 m. nuotati con il pugno serrato (non si va avanti, lo so, serve a migliorare la presa della bracciata e la posizione del corpo in acqua; e mi raccomando, tenete il gomito alto durante la trazione in acqua), gli altri 25 m. nuotati normalmente, con un po’di brio, cercando di fare il minor numero possibile di bracciate per vasca – contatele! e cercate di ridurle, nuotate “sentendo” bene l’acqua, scivolando e tentando di allungarvi il più possibile, fate una bracciata lunghissima ricercando l’acqua in avanti e poi spingendo bene fin dietro fino alle anche; questo lavoro può essere fatto anche sugli altri stili, il principio è lo stesso; è l’esercizio fondamentale della seduta;
- 6-8 x 25 stile libero fatti così: partenza velocissima, con energica spinta dal bordo e, subito, forte battuta di gambe, poi via di braccia al massimo, tirando come dannati, ma solo fino a metà vasca, senza respirare – poi velocità decrescente e finale in assoluta scioltezza, recupero 30’’-45’’ tra un 25 e l’altro;
- 200 m dorso+ 200 m. rana + 200 m. stile libero, in scioltezza ,curando la nuotata; se avanza tempo, aggiungete vasche a dorso e rana (sempre sciolte).
All’inizio state sghisci, optando per il numero minimo di metri e ripetizioni, aumentate gradualmente e con buon senso.
Colonna sonora: Structure Violence – Sepultura. Buon divertimento.
Swim The Island – Bergeggi a nuoto
Pubblicato: 12 ottobre 2011 Archiviato in: nuoto, nuoto acque libere | Tags: bergeggi, gara nuoto bergeggi, nuotare, nuoto acque libere, nuoto di fondo, swim the island 1 CommentoSabato 8 ottobre 2011 Aqua2O e RockZen, alias Alfonso Maglio e Raffaele Zenti, vispe famiglie al seguito, si sono lanciati in questa gara di nuoto in acque libere, 3.5 km dalla spiagga di Bergeggi fino all’isola omonima (Area marina protetta) e ritorno. Spirito agonistico quasi nullo per entrambi gli autori di questo blog: più che altro la voglia di spararsi un nuotatone in mare, in un ambiente naturale molto bello. E così è stato.
Il meteo ha dato una grossa mano: mare calmo, aria ottobrina frizzante e limpida, un bel sole. Il tempo di espletare le formalità (ritiro pacco gara, punzonatura, numero scritto sulla pelle con il pennarellone, briefing – per me un caldo ricordo di quando ero un triathleta abbastanza serio) e ci siamo trovati alla partenza: poco meno di duecento nuotatori sul bagnasciuga, tutti abbastanza rilassati. E via!
Visto lo scarso allenamento specifico (ehhhh sono un apneista…) ho cercato una nuotata sciolta e aerobica, impostata sullo scivolamento – l’unica strategia a mia disposizione per arrivare in fondo alla gara. Nuotavo e guardavo il fondale, rimasto in vista per la maggior parte del tempo grazie alla limpidezza dell’acqua: e così ho visto saragoni, cefali, piccoli barracuda, anche qualche riccioletta. Girare intorno all’isola di Bergeggi, con i suoi paretoni a strapiombo nell’acqua blu, è stato emozionante. E sapere che nessun natante mi avrebbe affettato con le eliche è stato confortante.
Non ho cercato la scia di nessuno e per la maggior parte del tempo ho nuotato per i fatti miei, gustandomi il contatto fisico con il mare. Salvo accorgermi, a 500 metri dal traguardo, che avevo un drappello di nuotatori in scia. E lì mi si è riaccesa la scintilla dell’agonismo – tanto ero praticamente arrivato, ormai era fatta – è “scattata l’ignoranza” e ho cercato l’allungo. Un chiodo, in verità. Ma evidentemente gli altri del gruppetto erano messi anche peggio, quindi alla fine sono uscito prima di loro…
Poco dopo è arrivato Aqua2O, scimmiatissimo per il riscontro cronometrico, la nuotata, il paesaggio, tutto. E poco dopo è arrivato il momento-cinghialata dei rifornimenti post-gara, ricchi e ruspanti: polenta e salsiccia, risotto con la luganega, pasta con la salsiccia, panini imbottiti, parmigiano, tè, vino, tutto quello che serve per un sano cazzeggio con amici e famiglia. Un bel post-gara insomma. Una giornata spensierata di inizio autunno. Che dire? Mi sono divertito, io l’anno prossimo ci torno. Il mio socio Aqua2O pure. E lo consigliamo caldamente a tutti quelli a cui piace nuotare (c’è anche la nuotata più corta, 1.7 km, alla portata della maggior parte di coloro che nuotano regolarmente in piscina): uscite dalle piscine, andate in mare, sarà bello.
Questo il sito degli organizzatori.
ZenAllenamenti apnea: riprendere
Pubblicato: 5 ottobre 2011 Archiviato in: Allenamento apnea, Apnea | Tags: allenamenti apnea, Apnea, macrocicli, microcicli, Periodizzazione, tabella allenamento Lascia un commentoIn questo post si è parlato di periodizzazione, di come pianificare un anno di allenamenti. E dopo la pianificazione, è ora di iniziare…
E’ il primo periodo, o meglio il primo macrociclo (indicativamente ottobre-novembre), e vi focalizzerete sulla preparazione di base, per migliorare le seguenti “abilità”:
- mobilità articolare ed elasticità muscolare, soprattutto del torace e diaframma (respirazione), delle spalle (posizione idrodinamica), bacino dorso e caviglie (pinneggiata con monopinna o pinne);
- tono muscolare e forza (per spingere quelle dannate pinne o la monopinna! ed evitare di avere le gambe dure al primo tuffo un po’ fondo);
- base aerobica, per ridurre il battito cardiaco e perdere un po’ di ciccia;
- efficienza neuromuscolare, cioè gesto tecnico (pinneggiata, posizione idrodinamica, ecc) attraverso esercizi;
- poca apnea, inserita “di straforo”, giusto per non perdere l’abitudine.
Che cosa fare in pratica? Vediamo qualche suggerimento, andando in ordine e rimanendo sul semplice. E ipotizzando che siate naturalmente pigri, che abbiate poco tempo a disposizione, ma che abbiate la forza di organizzarvi…
1) Mobilità articolare/elasticità muscolare – Idealmente almeno 20’ a seduta, effettuata al mattino, prima di colazione, un paio di volte alla settimana. E prima di ogni allenamento in piscina. Ma, insomma, sul “quando” vedete voi… Su quali esercizi fare, si potrebbero riempire vari blog, sicché mi limito a dare alcune indicazioni (se non avete davvero idea, seguite delle lezioni di stretching, un seminario di yoga e apnea di Federico Mana, o un corso di yoga, con enfasi sul Pranayama – vi farà un gran bene, buono anche il Pilates). Create un paio di sequenze di esercizi, una maggiormente volta alla mobilità articolare, l’altra all’elasticità muscolare, e alternatele. Se avete poco tempo, concentratevi sugli esercizi principali.
2) Forza – Non dovete diventare culturisti. Se avete una palestra sottomano, lavorate soprattutto sulla muscolatura delle gambe (squat, mezzo squat, o pressa), addominali, lombari. Con i pesi, attenzione a non farvi male alla schiena. In assenza di palestra, vanno bene le flessioni sulle gambe, da alternare a lavori in isometria (tipo: state appoggiati con la schiena ben dritta ad un muro, gamba a 90° rispetto ai polpacci, come se foste seduti, solo che non lo siete…lì fermi, finché resistete. E poi addominali e flessioni sulle braccia. 10’ ogni mattina, oppure 2 sedute da 30’-40’ alla settimana vanno alla grande.
3) Base aerobica – Scegliete uno o più sport aerobici (corsa, bici, nuoto, ecc) di vostro gradimento e fate almeno un paio di sedute a settimana. Iniziate con calma: ad esempio, per chi decide di correre, una buona linea guida la trovate qui. Quando sarete in forma, le sessioni dovrebbero durare dai 40’ ai 90’. Comunque, meglio poco con regolarità che picchi di attività seguiti dal nulla pneumatico per settimane…
4) Efficienza neuromuscolare/Tecnica – “Il gesto con l’attrezzo (pinne/monopinne) non è mai migliore di quello effettuato a corpo libero” mi disse Anna di Ceglie, campionessa mondiale di nuoto pinnato, durante un seminario sulla monopinna. Grande verità. Quindi, sia che usiate le pinne, sia che usiate la mono, tanti esercizi con tavoletta e, a seguire, con le pinnette corte, più qualche vasca con pinne/monopinna, concentrandosi sul movimento. Qualche scatto in apnea (il corpo impara a muoversi con più efficienza). Ovviamente, sempre con un compagno e in sicurezza.
5) Apnea – Si tratta essenzialmente di esercizi che, logicamente ricadono, nel precedente blocco 4, ma effettuati in apnea.
E ricordate il concetto di micro-ciclo: 2-3 settimane di carico, 1 di scarico, che significa allenarsi poco, mantenendo però la qualità di ciò che si fa.
Vediamo in dettaglio qualche esercizio dei blocchi 4 e 5. NB: si adoperano anche ausili quali tavoletta, pullbuoy, pinnette, t-shirts da indossare per aumentare la resistenza all’acqua, ecc.
Esercizi propedeutici all’apnea con bipinna o monopinna (mantenete il numero di vasche ragionevolmente compatibile con il tempo a disposizione e il vostro stato di allenamento ,NON strafate – raccomandazione superflua per molti…)
Battuta gambe (stile libero o delfino) – da 50 a 100 m per ogni esercizio
- Pancia in giù, con tavoletta o con braccia lungo i fianchi
- Pancia in su, con braccia distese dietro la testa o lungo i fianchi
- Sul fianco, un braccio disteso in avanti, l’altro lungo il fianco (una vasca a sx, l’altra a dx)
- Variante con T-shirt indossata
Battuta gambe stile libero con pinnette (stile libero o delfino) – da 50 a 100 m per ogni esercizio
- Pancia in giù, con tavoletta o con braccia lungo i fianchi
- Pancia in su, con braccia distese dietro la testa o lungo i fianchi
- Sul fianco, un braccio disteso in avanti, l’altro lungo il fianco (una vasca a sx, l’altra a dx)
- Variante con T-shirt indossata
Battuta gambe stile libero con pinne/monopinna – da 50 a 100 m per ogni esercizio
- Pancia in giù, con tavoletta o con braccia lungo i fianchi
- Pancia in su, con braccia distese dietro la testa o lungo i fianchi
- Sul fianco, un braccio disteso in avanti, l’altro lungo il fianco (una vasca a sx, l’altra a dx)
- Variante con T-shirt indossata
Dei seguenti esercizi IN APNEA fate 2-4 x 25 metri ciascuno
- Ripetute su 25 m, con pinnette, recupero “calmo”, cambiando frequenza/ampiezza della pinneggiata, percependo la differenza, con/senza T-shirt
- Ripetute su 25 m, con pinnette, pancia vs l’alto, recupero “calmo”, cambiando frequenza/ampiezza della pinneggiata, percependo la differenza, con/senza T-shirt
- Ripetute su 25 m, con pinne/monopinna, recupero “calmo”, cambiando frequenza/ampiezza della pinneggiata, percependo la differenza, con/senza T-shirt
- Ripetute su 25 m, con pinne/monopinna, pancia vs l’alto, recupero “calmo”, cambiando frequenza/ampiezza della pinneggiata, percependo la differenza, con/senza T-shirt
- Progressioni (partenza lenta, arrivo veloce) sui 25 m, con pinne/monopinna, recupero “calmo”, con/senza T-shirt
- Scatti sui 25 m, con pinne/monopinna, recupero “calmo”, con/senza T-shirt
- Ripetute sui 50 (per chi ce la fa), recupero “calmo”, massima attenzione alla virata e alla percezione del movimento
Esercizi propedeutici all’apnea a rana (per chi volesse allenare la rana, la logica è la stessa del blocco precedente)
- Battuta gambe rana con tavoletta, con o senza T-shirt indossata
- Braccia a rana con pullbuoy”, pugni completamente serrati, con/senza T-shirt
- Braccia a rana con pullbuoy”, con/senza T-shirt
- Ripetute a rana subacquea IN APNEA sui 25 m, solo gambe (braccia distese in avanti)
- Ripetute a rana subacquea IN APNEA sui 25 m, pugni completamente serrati, con/senza T-shirt
- Ripetute a rana subacquea sui 25 m, pancia vs l’alto, con/senza T-shirt
- Scatti a rana subacquea sui 25 m, con/senza T-shirt
- Ripetute a rana subacquea sui 25 m, contando i cicli (n° di bracciate/gambate), mirando a diminuirli (max scivolamento)
Se potete, chiudete l’allenamento in acqua con un po’ di nuoto, possibilmente variando stile.
Il trigone di Felidhoo
Pubblicato: 22 settembre 2011 Archiviato in: immersioni, Strane storie di mare e di acqua, Viaggi subacquei | Tags: immersioni Felidhoo, immersioni Maldive, Squali, trigone 1 CommentoMaldive, luogo in cui i colori di cielo, Mare e sabbia si incontrano in un’unica parola: Atollo. Siamo in crociera subacquea e dopo diversi giorni di immersioni giungiamo nell’atollo di Felidhoo, dove ci apprestiamo a fare una notturna, ad Alimathà.
A bordo la fioca luce gialla del Doni consente a stento la vestizione ed il controllo delle attrezzature, ma una luce più forte farebbe restringere troppo le nostre pupille impedendoci di percepire quella lunare riflessa dal Mare con evidenti problemi di navigazione. Appena pronti spegniamo anche questa ed è buio. Dopo un po’ gli occhi si abituano e la luce della Luna diventa la nostra guida.
L’immersione inizia in modo rocambolesco, Sara si tuffa per seconda dopo il dive master e perde subito la maschera, mi grida “lanciami un’altra maschera!”; io in bilico con l’attrezzatura indossata, un attimo prima del passo del gigante rientro a bordo e sto già rovistando nelle ceste, trovo una maschera, gliela lancio, poi mi tuffo, si tuffa Jean Claude e siamo sotto. All’improvviso JeanClode scompare, ricomparendo dopo qualche minuto: aveva ritrovato la maschera nera di Sara durante una notturna, incredibile! gliela porge, Sara la sostituisce e si riparte. Raramente mi è capitato di incontrare una persona magnetica come Jean Claude: 60 anni, cittadino del mondo, l’aplomb di un nobile dell’800, l’esperienza di migliaia di immersioni in Mare e non solo, scrive poesie ed è eternamente innamorato, di una gorgonia, di un panorama, di una Paese, di una donna.
La notturna inizia come tante ma finisce come poche. Siamo subito sul fondo sabbioso a -18 ed avanziamo con la parete sulla destra. E’ una bella immersione perché siamo solo in 4 (guide incluse) c’è poca confusione e le probabilità di fare begli incontri aumentano. Un pesce pappagallo dentro il suo bozzolo ben nascosto tra gli scogli fa l’indifferente: è la sua strategia per difendersi dai predatori, si rinchiude in un bozzolo di muco trasparente in modo da evitare che il proprio odore si disperda nell’acqua attirandoli.
Due enormi carangidi pattugliano il reef ed illuminati dalle torce rivelano tutta la loro argentea livrea. Bello si, ma avvistamenti abbastanza comuni, mi aspetto di più. All’improvviso il momento che tutti aspettavamo: si intravede una coda di squalo Nutrice o Leopardo non siamo riusciti a capirlo. Tutti immobili, io inizio ad armeggiare con diaframmi e flash, gli altri scrutano il buio alla ricerca di un segnale che possa palesare la presenza del selace, ma niente, il nostro amico non si fa più vedere. Questi pesci, molto primitivi, tra le tante caratteristiche peculiari hanno quella di non avere uno scheletro osseo bensì una struttura di cartilagine.
Il tempo passa e noi prendiamo la via del ritorno verso il punto in cui sarebbe venuta a riprenderci la barca, Jean Claude ed io più in basso, Sara e Giacomo qualche metro più in su, quando ad un tratto Jean attira la mia attenzione agitando freneticamente lo shaker. Io mi volto e non credo ai miei occhi: il trigone (2 mt. di diametro circa) avanzava spedito, sicuro, incurante di me, descrivendo ampie sinusoidi; eravamo esattamente alla stessa quota. Lui non accennava a rallentare, io non ci pensavo proprio a spostarmi. Traguardo la creatura nel mirino galileiano della mia Nikonos V ed aspetto. Lui continua, io non mi muovo, sento Sara qualche metro più su che grida letteralmente nell’erogatore (qualche settimana prima Ian Irving era morto a causa di una sfortunata collisione proprio con un trigone – forse erano grida di speranza!?), appena il trigone riempie tutto il fotogramma scatto, ma lui continua. Solo ad un metro si accorge di me e come un puledro in corsa che vede il burrone all’ultimo momento, s’impenna mostrandomi il bianco ventre e la linea della bocca, scatto di nuovo poi lui vira a sinistra e si allontana. Lo inseguo invano, altri due scatti ed il suo manto grigio aumenta sempre più di tono fino a fondersi nel nero Blu.
Rivedo il trigone tutte le mattine e tutte le volte sembra voler uscire dalla sua cornice per venirmi incontro nei ricordi di quella bellissima serata passata in mezzo al Mare.
A casa di squali mako e verdesche
Pubblicato: 20 settembre 2011 Archiviato in: immersioni, Squali, Strane storie di mare e di acqua, Viaggi subacquei | Tags: Azzorre, Cetacean Watching Azores, CWAzores, dove vivono le verdesche, immersioni, immersioni con squali, immersioni con verdesche, Pico, Squali, squali blu, squalo mako, verdesche Lascia un commentoQua stiamo parlando di immersioni oceaniche allo stato puro: squali mako e verdesche si trovano al largo delle isole Pico e Fajal, a circa un’ora di navigazione a velocità sostenuta dal porto di Madalena, la base del nostro diving, il CW Azores, a Pico. Isola che già di suo è nel bel mezzo dell’Atlantico.
Qui il blu non manca di certo. Ci si immerge su un pianoro che sale a 200-240 metri di profondità, da una base ben più fonda. Si arriva col gommone e subito si pastura. Ma parsimoniosamente: giusto qualche pezzo di pesce in un sacco traforato, con il condimento di una maleodorante zuppa di sangue, olio di pesce, acqua marina e interiora rigonfie che Martin, la nostra guida, strizza e dispensa con flemma olandese (e un certo gusto dell’orrido tipico dei vent’anni…). In termini di cibo, comunque, è poca roba rispetto alla massiccia pasturazione (“chumming”) vista fare altrove. Si vede che questi squali pelagici sono esseri frugali.
Siamo fortunati, dopo neanche dieci minuti arrivano le prime verdesche: eleganti fantasmi blu di due metri che iniziano a girare intorno alla barca. Quando il sole ne illumina il dorso, la pelle sembra cangiante e vira dall’azzurro intenso al verde e poi di nuovo azzurro. Ci si veste al volo con ovvia eccitazione e poi spluff! finalmente nel blu. Le verdesche arrivano dal basso con il loro nuoto sinuoso, sembrano materializzarsi dal nulla, il colore del dorso che si confonde con il mare. Mica per niente in inglese la verdesca si chiama “Blue shark”, squalo blu. Le verdesche si avvicinano molto, ti sfiorano con il muso e il corpo sottile, guardandoti con i loro occhioni un po’ acquosi e poi scivolano via alla ricerca di qualche frammento di pesce. Uno spettacolo ipnotico. Sono bellissime: verrebbe da portarsene una a casa, come cucciolotto domestico (peccato che sia un animale un po’ difficile da tenere in appartamento a Milano, in effetti).
All’improvviso con la coda dell’occhio vedo un missile argenteo che mi arriva alle spalle e mi supera. Mako! Mako! Mako! Due metri e mezzo abbondanti di squalo muscoloso, il nuoto veloce, vibrante, nervoso. Punta con insistenza al sacchetto di rete con dentro il pesce: sacchetto che gli viene puntualmente sfilato da sotto il muso dall’esperto skipper. Il mako nuota sicuro in mezzo a noi, l’occhio nero e i denti sporgenti che, quando viene dritto verso di te, ti fanno pensare per un momento “Opporcavacca”. Poi lui gira ad angolo retto, giusto una spanna davanti alla maschera. E in definitiva si fa gli affari suoi. Così per quasi un’ora – credetemi, un’ora da sballo. Ma le immagini possono valere più delle parole. Queste le ha girate il mio compagno d’immersioni Pierre Couillaud, un ragazzo parigino con la stessa strana malattia per gli squali che mi ritrovo addosso io e con il quale ho condiviso questa esperienza.
In cerca dello squalo Zambesi
Pubblicato: 14 settembre 2011 Archiviato in: Apnea, immersioni, Squali, Viaggi subacquei | Tags: Apnea, Diving Oman, immersioni con squali, pinna nera, Squali, squalo carcarino, squalo leuca, squalo Zambesi Lascia un commentoOman. Una delle guide subacquee dell’Oman Diving Center, alla fine di un’immersione con autorespiratore a Mermeide Cove, mi sta raccontando “ … sai, qui vicino, qualche volta ho incontrato uno squalo Zambesi”. Urca! Uno Zambesi!
Lo squalo Zambesi è quello che gli anglosassoni chiamano “Bull Shark”. Nome scientifico Carcharhinus leucas. Squalo niente facile da osservare: come habitat predilige foci di fiumi e acque costiere con scarsa visibilità, dove può facilmente insidiare le sue prede. Vive benissimo nei fiumi, anche a migliaia di chilometri dalla foce. E riesce a campare persino nei laghi (nel lago Nicaragua è accertata la sua presenza). Affascinante… E’ uno squalo dal corpo massiccio, considerato pericoloso e aggressivo. Ma io non sono totalmente convinto di ciò: la mia personalissima convinzione è che, prediligendo ambienti costieri con acque torbide, abbia una certa facilità di contatto con la specie umana e, per la scarsa visibilità, qualche volta attacchi l’uomo per sbaglio.
Tornando alla guida subacquea, io immediatamente propongo: “Beh, allora domani veniamo qui a fare una bella immersione dedicata alla ricerca dello Zambesi…”. La guida è un ragazzo simpatico dello Sri Lanka, che scuote la testa e mi dice: “Non possiamo: è molto improbabile incontrarlo. In tanti anni di immersioni qui, l’ho visto un paio di volte. Il rischio di pianificare un’immersione intorno a questo squalo è che alla fine non si veda nulla, né squalo, né altro. A quel punto i clienti sono tutti scontenti”. Logico. Mica sono tutti ossessionati dagli squali come me. Allora gli rispondo: “Vorrà dire mi aggregherò al prossimo gruppo che farà un’immersione qui, poi procederò da solo, in apnea. Fammi per favore sapere quando ci sarà la prossima immersione qui.” La prossima immersione è l’indomani, di primo pomeriggio.
Alle 14 sono pronto davanti al Diving. Tutta la poca attrezzatura da apnea sta comodamente nella sacca della monopinna. Che desta sempre curiosità tra gli amici bombolari… Tempo di fare un veloce appello e via, ci si incammina sul pontile, verso la barca. Sistemiamo le attrezzature a bordo, rapida conta dei subacque e via.
Pochi minuti di navigazione, la barca si ferma e attracca al gavitello di Mermeide Cove. Una piccola cala tranquilla, riparata. La guida mi spiega che le migliori possibilità d’incontro ci sono nella zona tra Mermeide Cove e il sito d’immersione adiacente, noto come Sea Horse Haze. Rimarrò sempre a vista della barca ormeggiata e del marinaio, le distanze non sono grandi. Entriamo in acqua. Mi stacco dal gruppo di bombolari per seguire la mia pista. Un tuffo sotto la barca per sgranchirmi le gambe e i polmoni, pinneggiando abbastanza lentamente e portandomi verso lo sbocco della cala. Riemergo. Mi preparo, ventilandomi con calma e scendo, con l’intenzione di attraversare in larghezza la cala, da punta nord a punta sud, un tratto di 50-60 metri. Nuoto a delfino lento, cerco di rilassarmi e risparmiare ossigeno, ma anche di guardarmi intorno: vedo belle formazioni coralline, coralli duri e coralli molli, molto colorati. Scendo alla base della parete, ma la profondità resta contenuta. Qui la roccia ed i coralli finiscono ed inizia un pianoro di sabbia. Ci nuoto sopra. E’ costellato di buchi di vermi e molluschi. Visto che si tratta di attraversare una distesa di sabbia decido di nuotare da monopinnatista: testa bassa tra le braccia tese in avanti. Poi alzo la testa per vedere se la mia rotta è lineare e vedo lo squalo. E’ a una quindicina di metri e si dirige dritto dritto verso di me. Smetto di pinneggiare e mi adagio sul fondo. Non capisco ancora di che specie si tratti, perché mi arriva proprio di fronte. Ma è grosso. Penso in sequenza: “Zambesi.” “No,troppo snello, è un grigio.” “Grigio? No! Squalo pinna nera di barriera!”. Mai visto così grosso! Due metri e mezzo, praticamente il massimo raggiungibile dalla specie. Bellissimo, elegante, il corpo muscoloso color nocciola e quelle tacche nere orlate di bianco ad ornare le pinne. Lo squalo rallenta. Rallenta ancora. Mi passa a fianco, sguardo diffidente ed indagatore mentre scivola silenzioso a mezzo metro da me, con quel suo invidiabile nuoto privo di sforzo apparente. Fa un mezzo giro intorno a me per finire la sua analisi e poi se ne riparte, con una progressione decisa, proseguendo per la sua strada. Lo guardo sparire nell’orizzonte blu e poi riemergo lentamente. Sono soddisfatto: potrei tornare sulla barca. Potrei. Ma visto che sono in acqua… vado avanti. Alzo la testa e vedo il barcaiolo mi guarda, gli faccio cenno di OK, lui pure.
Mi dirigo appena oltre la punta sud. La linea di costa è praticamente diritta e io nuoto lentamente sott’acqua a 5/6 metri di profondità, mantenendomi parallelo alla costa ed appena più su del gigantesco pianoro corallino, che degrada verso il fondale sabbioso qualche metro più in basso. Il pianoro, da solo, è uno spettacolo: una prateria di coralli molli gialli e rossi attecchiti sopra una vasta distesa di madrepore incrostanti. Alzo lo sguardo e mi trovo circondato da un branco di una trentina di carangidi come non ne ho mai visti: grandi e piatti, il corpo argenteo, con lunghissimi filamenti che pendono dalle pinne dorsali e anali. E per “lunghissimi” intendo un metro e mezzo. Sembrano adorni di stelle filanti. Appurerò successivamente che si tratta di Alectis Ciliaris: un gioiello del mare di rara bellezza.
Smetto di muovermi e mi fermo sul fondo, aggrappato con un dito ad un angolo di roccia disadorna, “all’aspetto”. Loro mi carosellano intorno. Sto lì e lì guardo finche il mio corpo non mi dice che è meglio risalire. Recupero e torno giù. E loro sono sempre lì a danzarmi intorno. Vado avanti così per un po’, domandandomi se mai quei carangidi bellissimi se ne andranno. Durante uno di questi appostamenti sul fondo, con la coda dell’occhio avverto una presenza e dopo una frazione di secondo una grande massa scura mi sfila di fianco. Potente schizzo di adrenalina nel sangue! Ormai mi ha passato: è un grosso squalo corpulento di colore scuro. Lo Zambesi. Tre metri. Si allontana da me lentamente ma con moto rettilineo, senza mostrare alcuna intenzione di tornare indietro. L’emozione mi ha fatto bruscamente calare il tasso di ossigeno nel sangue, devo riemergere. Sono pieno di adrenalina, con i muscoli lievemente tremolanti. Tento altre attese sul fondo corallino, intercalate da lente nuotate a varie profondità, ma nulla, lo squalone è sparito. Decido che per oggi ne ho abbastanza e mi dirigo verso la barca. In fondo alla mia mente c’è anche un minimo timore, che mi induce a levarmi da lì. In fondo ha una pessima fama.
Qualche minuto dopo, sulla barca, mi asciugo al sole in silenzio. Negli occhi e nella mente quella massa scura color cobalto che mi passa di fianco…
Black Magic: l’incantesimo del gatto Maori
Pubblicato: 6 settembre 2011 Archiviato in: Strane storie di mare e di acqua | Tags: nuotare a Milano, nuoto, nuoto acque libere, nuoto di fondo Lascia un commentoSono ancora a letto, ma sveglio da un pezzo, decido di alzarmi. Con un balzo Macchia mi segue e con un altro è già di fianco al rubinetto in attesa che io glielo apra per la sua bevuta mattutina. Scatoletta per il felino, che viene divorata in un attimo e caffè per me. Il profumo del caffè nella quiete del mattino è un tonico per i pensieri. Avide, le mie molecole olfattive collegate al cervello, ne catturano ogni minimo effluvio. Lo bevo e mi preparo. Indosso il costume degli All Blacks, occhialini al collo; uno sguardo in camera da letto dove mia moglie sta ancora dormendo e ritorno in cucina, apro il balcone salgo sulla ringhiera e mi tuffo.
L’aria è calda, un po’ umida e pregusto già il refrigerio dell’ingresso in acqua quando vedo un ammasso di peli bianchi e neri che sghignazzando mi sorpassa ed arriva in acqua prima di me. Mi seguirebbe ovunque quel gattaccio! Entro in acqua e faccio il morto per un po’, mi rilasso. Il cielo è blu e le nuvole di un bianco candido, socchiudo gli occhi ed un gruppetto di rondini ci accarezza con le proprie ombre. Macchia? è anche lui sul dorso, nuota con la coda come un rettile….mah! Dopo poco è già ora di andare. Con tre balzi di sponda tra i davanzali guadagna agilmente il nostro balcone e mi guarda soddisfatto per la bravata appena fatta, mi strizza l’occhio e ruggendo di gioia si mette comodo a godersi il primo sole mattutino.
Io ruoto di 180 gradi ed inizio a nuotare a stile libero. Ad andatura blanda mi immetto in via Ampere incrociando un bagnino, svolto in via Pacini e mi ritrovo in Piazza Piola, che spettacolo! Le punte dei rami più alti sfiorano l’acqua sorretti dai loro tronchi visibili solo per un terzo della loro altezza, non resisto e nuoto a dorso attraverso l’aiuola. Una famigliola di scoiattoli intenta a giocare si blocca al mio passaggio fissandomi, una passerotta mi ignora continuando a covare, lo stesso fa un bellissimo Ginko Biloba. I Ginko esistevano già al tempo dei dinosauri. Mi riporto in posizione prona, aumento l’andatura e mi dirigo in Piazza Argentina dove ho appuntamento con Raf.
“Hanno fatto proprio le cose in grande, pensavo: inaugurare le piste nuotabili con una Stranuotiamo ed allagare le strade di Milano lasciando esondare tutti i Navigli è stata proprio una bella idea!”
Raf è già li che mi aspetta, ci salutiamo e ci avviamo verso il punto di ritrovo. Nuotiamo io a sinistra respirando a destra e lui fa il contrario in questo modo riusciamo anche a fare 4 chiacchiere. Soliti discorsi: balene e squali in giro per il mondo. Raggiungiamo Porta Venezia, passiamo sotto un ponticello per la punzonatura dove un energumeno con un cappello da pirata agganciandoci le ascelle ci tira fuori dall’acqua di peso e due splendide bagnine ci scrivono i numeri sulle braccia con un pennarello poi ci lascia cadere in acqua ed aspettiamo. La scena è d’impatto: musica a palla, ragazze in bikini che ballano su pedane a pelo d’acqua, ragazzotti modello Abercrombie che si dimenano, gli acquascooter dei lifeguards che girano in cerchio e fanno lo slalom tra le volte del porticato di Corso Vittorio Emanuele, persino la statua della madonnina sembra pensare “finalmente qualcuno che se la gode!”… ed è in queste circostanze che ti senti invincibile come se potessi attraversare il Pacifico a nuoto fermandoti al Kingkameha Bar (il bar Hawaiiano di magnum P.I.) per un drink, come niente. Ma il giudice di gara ci riporta presto alla realtà, dalla barca appoggio ripete al megafono le ultime raccomandazioni sul percorso di gara e poi spara in aria dando il via. Calci, manate, schizzi, l’acqua ribolle, poi il gruppo si allunga, ciascuno trova il ritmo e l’acqua riguadagna la propria quiete.
Il percorso si dipana tra le vie più belle del centro: Via dei Mercanti, Piazzale Cordusio, Via Broletto, poi a destra in via Brera e Dell’Orso: tutti affacciati alle finestre a tifare.
Il tempo ed i Km passano, la fatica inizia a fare capolino ma le sbattiamo la porta in faccia.
Siamo ormai a metà percorso, cambiamo passo e superiamo di slancio Piazza della Repubblica. Qualcuno si ferma e si aggrappa ad un palo, qualcun altro stremato si dirige verso il traguardo con la ciambella, i più sono in ottime condizioni. Manca poco, gli ultimi due Km, dobbiamo dare fondo alle ultime energie. La frequenza delle bracciate aumenta vorticosamente, le braccia fendono l’aria provocando in un sibilo da Samurai, le gambe ormai invisibili nel turbinio d’acqua ribollente sono in cavitazione, il busto si solleva leggermente lasciando affondare le gambe, in un attimo tutto il corpo è di nuovo in posizione orizzontale, rimbalza sull’acqua e ….ci siamo: stiamo planando. Rimbalziamo sull’acqua come due sassi piatti lanciati sul Mare da un bambino sulla riva. E’ un’andatura velocissima, ma anche pericolosa perché richiede un’acqua perfettamente piatta, una minima increspatura può provocare un disastro…..ed infatti svoltando a destra dopo aver nuotato via Vittorio veneto a tutta callara arrivano i guai. La convergenza in quel punto delle correnti di Corso Buenos Aires e della strada del Diana, unite al vento contrario proveniente da Corso Europa creano un pericoloso ribollire d’acqua poco compatibile con il nostro stile di nuoto in quel momento. Raf appena tocca di nuovo l’acqua si ribalta 3 volte prima di stabilizzarsi e continuare a nuotare a tutta birra per cercare di vincere gli elementi, io andando più piano mi ribalto una sola volta e sfioro pericolosamente un palo della luce, annaspo un po’ e riprendo a nuotare: vado piano ma non mi fermo mai io. Il traguardo è sempre più vicino e di colpo alle nostre spalle.
Gara finita. Ci siamo divertiti e dopo esserci riposati un po’ iniziamo a nuotare verso casa ridendo sul pericolo scampato (anche dagli altri, perché non l’ho detto ma c’era gente aggrappata ad alberi e semafori in attesa dei soccorsi..tutti squalificati ovviamente). Sulla via del ritorno incrociamo un bar e in un istante siamo già al banco con un Negroni in mano, parliamo, ridiamo, c’è tanta gente, altri nuotatori, l’alcool mi fa girare la testa, è il King Kameha, no non siamo alle Hawaii…anzi mi fa proprio male…inizio a sentire dei rumori, anzi un rumore ben chiaro, sembra quello di una sveglia: lo è.
Mi sveglio di colpo e sono seduto in mezzo al letto. Sono le 6,30 mi alzo ed inizio a preparare lo zaino per l’allenamento mattutino di nuoto, “che bel sogno” . Cerco ma non trovo nulla, intanto Macchia è già accanto al rubinetto, lo raggiungo e lo accarezzo, ma è bagnato fradicio, che strano. Continuo a non trovare il mio costume degli All Blacks , mi tolgo la t-shirt, mi guardo allo specchio ed incredulo vedo che ce l’ho già addosso. Macchia mi guarda cercando il mio sguardo nello specchio, sembra sorridermi. Mi strizza l’occhio, emette un assordante ruggito di gioia ed ancora grondante d’acqua con l’aspetto sornione di chi si gode una bravata fatta si incammina verso il balcone a godersi il primo sole del mattino. Io rimango impietrito con le orecchie ancora sibilanti, immagino già mia moglie che schizza dal letto dalla paura per il boato, invece nulla. Continua placida dormire, non ha sentito nulla, possibile? Corro alla finestra mi affaccio ed è tutto normale, Randy sposta i bidoni della plastica, Greta annuncia a tutti il nuovo giorno abbaiando, io mi calmo e mi avvio in piscina camminando, con una strana sensazione di stanchezza, come se avessi appena finito di nuotare.
ZenAllenamenti apnea – La periodizzazione per l’apnea profonda
Pubblicato: 20 giugno 2011 Archiviato in: Allenamento apnea, Apnea | Tags: allenamenti apnea, Apnea, macrocicli, microcicli, Periodizzazione, tabella allenamento 3 commentiIn qualunque sport – e l’apnea non fa eccezione – la periodizzazione è importante. Cosa significa periodizzazione? Che occorre variare nel tempo il tipo di allenamento. L’obiettivo è duplice: essere in forma quando è ora (non prima, non dopo) e non annoiarsi troppo con allenamenti eccessivamente ripetitivi. Che vi alleniate poco o tanto, la periodizzazione vi consente di tirare fuori il meglio da voi e di mantenere alta la motivazione, facendovi passare dei bei momenti con l’apnea. Che è la cosa più importante. (Per inciso: con “apnea profonda” intendo la discesa in mare o lago – quanto “profonda” è soggettivo.)
Vediamo in 10 passi come strutturare una stagione di allenamenti utilizzando la periodizzazione. Ma senza rendere le cose troppo difficili: per chi si vuole allenare, ma non impazzire. Per me funziona abbastanza bene, vediamo che ne pensate voi.
- Individuate il periodo nel quale volete essere in forma – per un’apneista di norma è l’estate. Per chi gareggia, questo periodo coincide con una, massimo due gare importanti. La forma massima purtroppo non dura a lungo: indicativamente si può pensare di evere due picchi di forma in un periodo di un paio di mesi. Nel seguito, per esemplificare, ipotizzeremo di voler essere in forma in giugno-luglio.
- Andate indietro di nove mesi, a settembre: quello è il punto di inizio degli allenamenti . Ci dovete arrivare freschi di fisico e di mente: ad agosto cazzeggiate, bevete qualche birra di più (ma non diventate una palla di lardo) e rilassatevi. Che a settembre si inizia…
- Dividete i nove mesi in tre periodi di tre mesi ciascuno, i macrocicli.
- Ciascun macrociclo è costituito da vari microcicli di 3-4 settimane. In ciascun microciclo l’ultima settimana è di recupero, cioè di allenamento leggero. Questo è fondamentale se non volete scoppiare come petardi dopo un paio di mesi.
- Mobilità articolare e delle strutture legate alla respirazione (diaframma, gabbia toracica) vanno curate tutto l’anno, tramite stretching e/o yoga. Idem per la parte di condizionamento mentale (visualizzazione, training autogeno & C) e di allenamento alla compensazione (yala neti, ginnastica tubarica). La cura di questi aspetti paga molto in termini apneistici, e con (relativamente) poca fatica – il che non è male, dopotutto.
- Nel primo periodo, settembre-novembre, vi focalizzerete sulla preparazione di base: miglioramento del tono muscolare e della forza, base aerobica (per ridurre il battito cardiaco e mettervi a posto con il peso, che la birrozza in più è finita tutta lì sui fianchi…), miglioramento del gesto tecnico (pinneggiata, posizione idrodinamica, ecc) attraverso esercizi. Il gesto apneistico è a livello di mantenimento.
- Nel secondo periodo, dicembre-febbraio, l’obiettivo è lavorare in modo più specifico sull’apnea, migliorando la resistenza al lavoro in scarsità di ossigeno (ipossia) e abbondanza di anidride carbonica (ipercapnia), mantenendo le qualità conquistate nel trimestre precedente.
- Il terzo periodo, marzo-maggio, è finalizzato a lavori molto specifici, mirati all’apnea profonda: apnee lunghe, adattamento alla profondità e all’emocompensazione, mobilità articolare e cura della respirazione, effettuando dei lavori di mantenimento delle qualità acquisite nei periodi precedenti. Si affina il lavoro di tutto l’anno e lo si “trasforma” in quello che serve per raggiungere i nostri obiettivi.
- Nel periodo di forma, giugno luglio, dovete evitare di affaticarvi troppo con gli allenamenti, tenendo le energie per il raggiungimento dei vostri obiettivi: una gara, oppure un week-end di tuffi potenzialmente profondi. Quindi, allenamenti di mantenimento, tuffi fondi, allenamenti in piscina segnati da apnee lunghe e rilassate, molti esercizi per mantenervi flessibili. Godetevi questo periodo. Non significa tirare, stressarsi e rischiare: significa solo essere pronti a fare dei bei tuffi, se vengono naturali, godendosi il blu. Mente aperta e fisico pronto!
- Se durante l’anno qualcosa va storto e incrina i vostri piani, ad esempio per una brutta influenza, un periodo di eccessivo lavoro o di carichi familiari inaspettati, non datevi per perduti: se avete lavorato bene, in modo regolare, potete ammortizzare soste e rallentamenti nella tabella di marcia senza grossi problemi. La regolarità vi ricompenserà. E, in ogni caso, evitate di diventare eccessivamente ossessivi con gli allenamenti: non stressatevi (o almeno provateci) e godetevi il blu quando potete.
Out of the blue
Pubblicato: 14 giugno 2011 Archiviato in: Apnea, immersioni, Strane storie di mare e di acqua | Tags: Apnea, immersione pesce luna, mola mola, pesce luna Lascia un commentoGiugno. Allenamento in assetto costante con Robertino 2 miglia al largo di Arma di Taggia, in Liguria. Uscita in coppia con il gozzo gentilmente prestato dal grande Ivano.
Cavo teso nel blu pullulante di plancton, facciamo delle ripetute. Robertino prova a scendere ad una quota discretamente impegnativa e io decido di accompagnarlo nel tuffo.
Si rilassa in superficie, si ventila bene, poi un respirone, una capovolta sciolta e giù, pinneggiando fluido. Scivola nel blu fin dove ritiene opportuno, vira sul cavo con stile e inizia a risalire, sempre bello tranquillo. Si sta facendo un tuffo come si deve. Ma sui -20
accade qualcosa, vedo che si irrigidisce – gli occhi si dilatano – rompe la posizione di risalita e con movimento deciso e veemente dell’indice punta a qualcosa proprio nella mia direzione. Dietro di me. Uh. Mi giro in quelli che mi sembrano minuti. E capisco istantaneamente la potenza della locuzione anglosassone “out of the blue“: dalla massa indistinta di acqua blu, intorbidita dal plancoton emerge una testa ENORME. Grigia, con chiazze bianche. Delle dimensioni di una Fiat 500. Decimi di secondo veramente brutti. Cos’è??? Uno squalo bianco grandissimo? La Cosa intanto viene avanti e di colpo capisco: è un pesce luna gigantesco! Nuota orizzontalmente e mi viene quasi addosso. Ora lo vedo bene, anzi benissimo, è massiccio, sarà spesso più di un metro, il corpo circolare del diametro di circa tre metri (ben più grosso di quello che c’è – o c’era -all’acquario di Genova). In giugno, soprattutto in Mar Ligure, di pesci luna ne ho visti parecchi, ma mai così grossi.
Ora che lo spavento è passato (urca – sembrava veramente la testa di un grande squalo bianco), cerco di fissare nella mia mente l’incontro, così guardo il bestione sfilare nella corrente ed allontanarsi. Un pesce luna, una Mola Mola, ma pensa tu. E sapete cosa vi dico? Che non è vero che i pesci luna sono pesci goffi e babbioni che stanno sempre in superficie a crogiolarsi al sole e nuotano piano: se vogliono hanno una rispettabile velocità di crociera. E, sempre se vogliono, si divertono a spaventare gli apneisti che si allenano al largo…








